Domenico Zavattero.

Vent'anni sfioriti.

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1913. Tipografia Scuola Moderna, Bologna.
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Questo testo  stato curato per il "Progetto Manuzio" dall'associazione culturale Liber Liber.
Il progetto, aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
     Fondazione Ezio Galiano onlus
        http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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CONSIDERAZIONI CRITICHE SUGLI ERRORI DOTTRINARI E TATTICI DELL'ELEMENTO ANARCHICO IN ITALIA.
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UN CENNO SULL'AUTORE.
Domenico Zavattero nacque a Sanremo il 29 luglio 1875 da Giovanni e Antonia Bruno.
Compie gli studi elementari e inizia giovanissimo a lavorare, formandosi tuttavia una vasta cultura da autodidatta. Trasferitosi a Torino con la famiglia lavora come commesso presso un libraio e aderisce al socialismo. A 19 anni emigra e parte per la Turchia dove esercita il mestiere di terrazziere nellambito delle costruzioni ferroviarie.
Al suo ritorno in Italia, ad aprile 1897, la sua adesione alle posizioni libertarie e anarchiche, alle quali gi si era avvicinato fin dal 1894, diventa pi attiva e militante. Inizia fin dal mese successivo la lunga serie di arresti e la sua indefessa attivit pubblicistica che lo porta a fondare decine di periodici, a stampare opuscoli in grande quantit, nonch ad affrontare trasferimenti frequentissimi di residenza. 
Muore a Ravenna il 3 aprile 1947.
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AVVERTENZA.
Le presenti Considerazioni dovevano veder la luce fin dalla primavera del 1912 (e gi prima di tal epoca n'era stato dato l'annuncio) su note stese - nel dicembre-gennaio precedenti - durante una mia breve carcerazione in S. Giovanni in Monte a Bologna; ma la situazione politica d'allora, con l'infuriar della guerra libica e sue conseguenze di reazione all'interno - il tutto svolgentesi fra la pi sorprendente indifferenza della quasi totalit degli anarchici nostrani, neppur pi buoni a parole... quando queste possono implicare il rischio di penali responsabilit con relativo turbamento delle ormai fatte abitudini d'una vita tranquilla - chiedeva ben altro che il "perditempo" d'una qualsiasi critica riflettente i casi nostri!...
Ma quod differtur... - Per questo, a ben un anno di distanza compio ci che non ritenni opportuno di fare allora; in tempo tuttavia, purtroppo, poich, se qualche modificazione avessi da apportare al mio scritto, non sarebbe certamente in meglio. Le cose precipitano, nel nostro campo, e se non ci affrettiamo a correre ai ripari, con un'opera coraggiosa di revisione e di correzione, fra qualche anno ancor vissuto tra sgambietti faticosi e vani conati, d'anarchismo e d'anarchia in Italia non se ne parler pi.
Che vada perduto l'augurio.
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DOMENICO ZAVATTERO
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Questo libro  per gli anarchici; per gli anarchici di tutte le idee, di tutte le scuole, di tutte le tendenze.
Frutto di un esame mentale maturato a lungo, esso contiene riflessioni e osservazioni che urteranno le opinioni dominanti nelle nostre file; che indisporranno lo spirito dei pi.
Ma io sono ben lungi dal lusingarmi che il suo contenuto venga accettato senz'altro. Scritto con la consapevolezza sicura dell'accoglimento che gli  riserbato; varato nel mare magno della pubblicit con l'intento preciso di farlo suscitatore di una protesta in coro, io non sollecito giudizi benevoli, non attendo approvazioni. Chiedo una sola cosa.
Chiedo ch'esso non venga respinto senz'altro, in blocco, dispettosamente, come espressione d'un pensiero che non l'esame si meriti, ma l'ostracismo. Chiedo che chi lo legge, superato il primo scusabil moto di protesta, sappia assurgere, per un istante, oltre le prevenzioni piccine d'un concetto assiomatico profondamente abbarbicato nell'animo suo, far momentaneamente astrazione delle opinioni sue proprie, delle opinioni correnti pei deserti dell'anarchismo tradizionale, nei metodi e nelle idee. Chiedo che lo discuta.
 forse troppo pretendere, da anarchici?...
Non importa se dal temperamento suo sar trascinato alla beffa, all'ingiuria, all'insulto. Non faccia complimenti. Purch lo discuta.
Io sono preparato a rintuzzare insolenze e dileggi. Sono pronto anche - caso occorrendo - a passarci sopra, per attenermi solo, serenamente, a quello che potr fornire materia ad argomentazioni in contradittorio.
Molte cose ho da dire ancora, su ci che nel libro mio  in trattazione; molte cose, che in esso, a mala pena, potevano venire sfiorate. E le dir, tutte, intiere, senza reticenze, se l'inizio d'una discussione sar per consentirmelo. Le dir, a costo di buscarmi una squalifica.
L'ora non  dei mezzi termini, dei riguardi.  della verit, assoluta, nuda, brutale.
Ho posato una quantit di questioni. Le rilevi chi vuole, e s'avanzi a contrastare, esprimendo le idee sue, esponendo la propria opinione. Io attendo.
Attendo, fiero dell'atto di sincerit compiuto, lieto se, convinto d'esser caduto in errore, grazie alle riprensioni altrui mi potr ricredere. Contrito, ritornerei allora nel gregge.
Una sola cosa mi addolorerebbe: la congiura del silenzio. Quest'arma degl'ipocriti e dei vili, non ha da essere sfoderata. Questioni ardenti incalzano; star zitti sarebbe chiudere gli occhi alla evidenza, alla realt, alla verit.
Star zitti, sarebbe darmi battaglia vinta. Ed io non la voglio, s a buon mercato.
Ma sarebbe anche un atto di vigliaccheria; l'atto col quale i ranocchi accolgono l'improvviso schianto disturbator dei gracidanti lor cori nel placido pantano, e gl'imbecilli, gl'impotenti, i farisei salutano nel mondo le vigorose affermazioni dei forti, dei valorosi, dei sinceri.
E per l'amore delle idee ch'io critico nei particolari ma non respingo in quello che posseggono di sostanziale; per la nostra seriet, per la - magari - sfrontata franchezza nostra, io confido che ci non abbia da essere.
Bologna, Gennaio 1912.

1.
Imprendo una trattazione che non tanto clamore di discussioni provocher, quanto furor di scomuniche. Toccare l'arca santa di quello che abbiam convenuto chiamare "il nostro movimento" - e non so se con sgarberia maggiore alla propriet dei termini o alla modestia -  eresia che i custodi del fuoco sacro anarchico non tanto facilmente perdonano. Principii e metodi sono stati, dai nostri maggiori, enunciati; anzi, pi esattamente, i principii soltanto. I metodi li siamo per lo pi venuti derivando noi, che i principii abbiamo abbracciato con un fervore tutto monastico, come se avessero essi dovuto e dovessero costituire in eterno un catechismo, accettando il quale si deve - beninteso - abbandonare il criterio tutto naturale di considerarne solo il contenuto come norma generica per gli atteggiamenti di battaglia da assumere fra il contrasto di fazioni e di correnti nel vasto campo del movimento sociale; e rinunziare implicitamente al diritto di rivederne man mano le basi e le parti, com' invece richiesto dall'esperienza d'una vita che si viene vivendo fra lo sviluppo incessante del pensiero scientifico e l'evidenza dei fatti che tante modificazioni vengono giorno per giorno a recare a precedenti concetti, a convinzioni e idee che l'entusiasmo nostro di militanti e l'acciecamento di uomini di parte aveva tradotte in tanti articoli di fede.
La scomunica: ecco l'atto frequente al quale abbiamo ridotto le manifestazioni pi importanti della nostra attivit. Ed  curiosissimo caso, poich proprio il manipolo degli anarchici, pi d'ogni differente partito o scuola, in un barlume di sana intuizione che s'apre a quando a quando la via tra le caligini dei dogmatismi ai quali i nostri militanti si sono aggrappati nel nome dell'incrollabilit delle convinzioni, si vanta largo di vedute e di spirito critico, proclama ampia libert d'apprezzamento, esclusione assoluta di criterii partigiani e settari nell'intenso dibattito dei principii coi quali gli elementi ragionatori mirano a condensare in formole o tradurre in dottrina le aspirazioni che i bisogni di tutte specie, crescenti e incalzanti, alimentano negli ambienti umani, suscitando in ognuno desiderii di rivolgimenti prossimi e futuri le cui risultanti, con termini oramai convenzionali sono chiamate "redenzione dei popoli, emancipazione del proletariato, rigenerazione sociale".
Evidentemente, la pretesa d'essere larghi, tolleranti, indipendenti, anzich dogmatici, partigiani e settari,  in noi, appena allo stato di presunzione.  germe destinato a diventare fior di realt domani, quando gli uomini d'avanguardia saranno diversi dalla gente d'oggi, nell'anima, non solo, come oggi, nel pensiero. Per ora, le tenebre ancor fitte della mala educazione passata, chiesastica e settaria, ci rendono non come vorremmo essere, ma come comporta lo stato del nostro spirito, allevato - contro il volere di molti e nell'inconsapevolezza dei pi - nella serra mefitica dell'ambiente che ci ha plasmati cos.
Ed eccoci, per tali ragioni, rinchiusi anche noi nel recinto dogmatico di formole imparaticcie, stabilite ormai a capisaldi immutabili della nostra dottrina, che non si devono quindi discutere pi, che pi non s'hanno da rivedere, neppure se lo svolgersi ininterrotto e quasi sempre impreveduto della complessa vita sociale che non subisce formole n s'acconcia a programmi, viene periodicamente a costringere uomini e partiti ad assumere nuovi atteggiamenti: idee programmi e metodi a modificarsi, a trasformarsi sotto la fatal pressione poderosa dei fenomeni sociali di cui si materia l'esistenza dell'umanit; a schiudere nuovi orizzonti al pensiero, richiamandolo magari dalle nubi delle esagerazioni in cui nel volo suo audace pu - deviando dal sostanziale - essersi momentaneamente librato; ad aprire, infine, nuovi sentieri alle opere dei militanti, a cui - se gente illuminata - deve esser viatico l'esperienza, talvolta quanto e forse pi di quella scienza che ad essi, uomini d'azione, difetta.
Ma sembra che per noi - resi presuntuosamente infallibili dall'asseverata perfezione del verbo teorico che c' stato rivelato - neppure l'esperienza debba aver valore! Sembra inoltre che la tolleranza e la condiscendenza nostre vengano da noi esercitate soltanto nei riguardi di coloro che in nome d'una male interpretata libert di pensiero e d'opinione si vengono a metter contro il contenuto fondamentale dei nostri concetti, propugnando e sostenendo tesi che ne sono la vivente contraddizione: che sono la giustificazione recisa dei concetti nemici.
Noi abbiamo sposato un'idea come s'abbraccia una fede. Abbiamo interpretato alla lettera i postulati teorici della dottrina fatta nostra, e tutta la concezione del movimento abbiam rinserrata nei suoi confini, riducendo l'eterna contesa di caste, classi, scuole, partiti, fazioni, individui e degl'interessi relativi, ad un giuoco elementare d'opinioni personali da cui la nostra dovr balzar fuori trionfante, demolendo, distruggendo, annientando tutte le altre.
Ci siamo poi immaginati che questo debba avvenire tutto d'un pezzo e tutt'ad un tratto, per esclusiva virt delle personali nostre volont, imposte agli altri dalla forza inoppugnabile delle nostre argomentazioni, da un lavoro di persuasione tutta mentale, compiuto mediante la propaganda teorica, la predicazione d'una dottrina che noi concepiamo base e schema (gi costruite in ogni particolarit) della societ futura - la societ anarchica - e consideriamo unico modo e mezzo per la cosidetta formazione delle coscienze.
Abbiam concepito, in una parola, e concepiamo tuttora l'anarchia come un costrutto organico oggi impedito nel suo funzionamento dall'"incoscienza" della massa, ma che trionfer non appena un convenevole periodo di "propaganda" avr convinto gli uomini della sua realizzabilit, fino a indurli a fare, per essa e mediante deliberazione personale, la rivoluzione sociale.
 il vecchio spirito chiesastico del proselitismo che domina attribuendo valor di trasformazione dell'anima al trionfo d'una dottrina o fede.
Cos, di tutto il complesso della vita sociale che si viene quotidianamente elaborando, per noi esiste una sola cosa: la dottrina alla quale abbiam giurato fede. Esiste quello che chiamiamo "i nostri principii"; e avendoli, codesti principii, fissati di botto in formole teoriche immutabili alle quali prodighiamo un attaccamento da teologi, ci crederemmo passibili di scomunica, ci considereremmo dei rinnegati ove osassimo sottoporli ad un esame critico che ci potesse indurre alla rinuncia di qualche pregiudiziale idealistica, all'attenuazione della portata ideale di qualche premessa teorica, al riconoscimento dell'empirismo di qualche concezione precedentemente sostenuta come inoppugnabile affermazione scientifica (e non si considera che anche nella scienza, tutto  relativo, nulla quindi havvi di immutabile!...), ad uno spostamento d'indirizzo nell'azione tattica da seguire per lavorare alla realizzazione delle nostre aspirazioni.
E nel timore, perci, di assistere allo sprofondamento di qualche lato del nostro edificio di dottrine cos faticosamente eretto, respingiamo ogni discussione che sappia di revisione; preferiamo, in una parola, chiudere gli occhi per non vedere.
Noi siamo, in sostanza, dei credenti. Attribuiamo ogni potere di trasformazione sociale alla forza volitiva dell'individuo fatto virtuoso dal tocco della grazia che scaturisce dalla nostra predicazione, proclamandoci in tal guisa creatori anzich modestamente enunciatoci ed interpreti, od anche - concediamolo pure!... - sotto certi aspetti, incanalatori consapevoli dei fenomeni sociali rincorrentisi lungo la trama delle umane generazioni. Immaginandoci e spiegando il cosidetto comunismo-anarchico come il punto fisso, tangibile d'arrivo per la nostra maratona di propaganda; come il premio, stabilito e concreto, alle fatiche nostre di missionari e alla docilit dei convertiti, ad essi e a noialtri abbiam creato il paradiso, e - fissi gli occhi dell'immaginazione nel suo promesso splendore, dogmaticamente sicuri d'esserci, senza neppur lo sbaglio d'un millimetro, luminosamente tracciata la via per giungervi - non badiamo nemmen pi dove mettiamo i piedi, non pensiamo che questi si devono necessariamente muovere lungo gli aspri passaggi d'una realt che non volendone sapere di plasmarsi a seconda delle volont nostre, ad ogni istante ci scavalla per precipitarci nel ginepraio d'una perpetua contraddizione in linea di fatti, e dannarci a rigirar senz'uscita in un labirinto di opre, faticose soventi, ma sempre negative.
Cultori e innamorati del positivismo e d'ogni libera indagine scientifica; demolitori ostinati di ogni religione, ce ne siamo rivelata una da noi, senz'avvedercene, e abbiam voluto sottrarre le nostre dottrine - nonch gli atteggiamenti pratici che ne derivano - al controllo della scienza e dell'esperienza che sole possono interpretare la portata e il significato degli avvenimenti e le conseguenti condizioni reali che giorno per giorno si vengono determinando nella vita dei popoli, a traverso le infinite modificazioni senza le quali, appunto, essa vita non esisterebbe.
Noi non abbiamo capito che dare un contenuto immutabile ai nostri principii  negarne la attuabilit; che, anzi, non si pu mai pensare ad una realizzazione formale di principii senza cadere nell'artificioso e nell'assurdo, senza dover ricorrere alla dominazione, necessaria ai partiti autoritari che hanno mire e interessi proprii da imporre, determinati programmi di governo da attuare mediante la virt tutta coercitiva della forza - e della legge a cui essa forza vien posta a servizio - ma contraria ai criterii sostenuti da noi, che miriamo a favorire lo stabilimento d'un assetto sociale libero da ogni costrizione autoritaria. Non abbiamo insomma capito che per noi  questione di lavorare allo sviluppo di una determinata tendenza naturale, e che questa - appunto perch tale - non si deve n si pu costringere nel tabernacolo della fede davanti al quale cader prostrati in adorazione, come il credente al cospetto dei simulacri della sua divinit; della fede, che i sacerdoti distribuiscono in pillole ai seguaci (come l'oppio o l'haschich, i quali fanno sognare le bellezze e le delizie di un paradiso sensuale) spiegandone il contenuto ideale, il simbolo, con dichiarazioni pregiudiziali - e pregiudizievoli - di principii immutabili, eterni come la misericordia di Dio, ma buoni soltanto per chi - animato da uno spirito metafisico da lasciarsi agli adoratori di dottrine e sistemi ispirati al sopranaturale - presume di adattare le esigenze e i fatti incoercibili della vita sociale alle elucubrazioni pi o meno mistiche e fantastiche del proprio cervello da frate domenicano.

2.
Non vorrei che negli appunti mossi al modo dogmatico col quale gli anarchici stanno aggrappati alle concezioni ideali da essi considerate nello stesso tempo punto di partenza e d'arrivo delle loro convinzioni, qualcuno scoprisse un significato di negazione completa d'ogni principio teorico, informatore di un'azione di partito. Sono io il primo a sostenere, al contrario, che un punto ideale di partenza ci vuole. Quello che nego,  il carattere assoluto, immutabile da darsi alle idee che lo costituiscono;  quella pretesa di costruire a priori lo schema preciso della societ futura, ed altrettanto a priori fissare in ogni loro parte i metodi d'azione per giungervi. Quello che intendo,  che ai principii si lasci quel carattere di presumibilit e di relativit che loro spetta, e che lungi dal farsene una dottrina immutabile, li si considerino come una norma ideale e siano quindi consentite tutte quelle critiche, tutto quell'esame che una mente nutrita di studio, di pratica e d'esperienza pu venir facendo alle sue stesse convinzioni.
Ci non significa disertare una data corrente d'idee. Significa semplicemente sfondarne le dighe del settarismo, allontanarne gli argini della partigianeria, renderne rapido e snodato il corso, impedir ch'essa impaludi fra le male erbacce dell'immutabilit che sola dev'essere patrimonio dei preti e degl'ignoranti. Significa, in una parola, lavorare con criterio illuminato e non gi con fanatismo di superstiziosi, al trionfo della causa che, pienamente consapevoli delle sue difficolt, s' sposata non per giungere alla cristallizzazione del pensiero in un rumino di pretese convinzioni, ma per favorire l'affermazione ed affrettare in ogni modo lo sviluppo di quella tendenza - la tendenza anarchica - che interpreta e riflette il fatal divenire sociale.
E se la corrente in cui si naviga, volendosi ostinare a rimaner chiusa agl'influssi dell'evidenza e della realt, negando ai revisori il diritto di serbare una qualifica che in fondo non  bandiera di partito ma termine teorico di differenziazione da ogni partito, vorr compiere opera di repulsione a loro riguardo, non monta. Le azioni, non le parole valgono nella vita che vuol esser materiata di movimento, di lotta. Anche privi di qualifiche, i volonterosi potranno lavorare lo stesso e pi ancora - liberi come saranno da ogni pastoia di conventicola - a seconda degl'intendimenti proprii, e soli responsabili del male o del bene che deriver dal loro atteggiamento.
Ma affinch siano fin dal principio fissati i punti della voluta differenziazione, venga qui dichiarato subito il concetto ispiratore degl'intendimenti miei, che costituiranno materia per le pagine che seguono.
Io ritengo che nell'interpretazione d'una data tendenza bisogna attenersi a quello che ne  lo spirito informatore, il "principio". Ma questo, che  la concezione "ideale" della tendenza, cos come la nostra mente ce lo rappresenta in base alle compiute indagini scientifiche o alle sensazioni trasmesseci dai suoi propagatori, non si deve trasformare in concezione dogmatica, a presunzioni di tangibile realt, come nel campo anarchico  avvenuto per le idee dell'anarchia. Esso ci dev'essere semplicemente di guida, tanto nell'esame assiduo dei fenomeni della vita sociale e nella loro interpretazione, quanto nell'azione da svolgere per assecondare e affrettare lo sviluppo della tendenza medesima.
La questione veramente essenziale  qui, poich ad essa - che noi sintetizziamo nella concezione anarchica - bisogna evitare per quant' possibile, con l'opera nostra consapevole, ogni deviazione affinch le forme succedentisi di vita sociale s'accostino sempre pi, e sempre pi rapidamente, a quel tipo organico che noi vediamo fin d'ora contenuto embrionalmente in essa; senza per illuderci che neppure i futuri regimi pi perfezionati vengano a corrispondere rigorosamente alla forma-tipo da noi ideata e idealizzata; e - quel che importa altrettanto - senza navigare nella dolce ma tanto fallace certezza che gli auspicati perfezionamenti integrali dell'organismo sociale si producano dall'oggi al domani, in virt d'uno sforzo volitivo di uomini traducibile miracolosamente in azione rivoluzionaria.
Questo, per la parte dell'opera nostra in pi diretta relazione coi principii. Altro c', poi, che reclama lo sforzo costante e sagace del nostro interessamento: l'azione pratica quotidiana, ci che comunemente vien chiamato "la tattica". Direi anzi che allo stato presente del movimento sociale, nell'incalzar sempre pi precipitoso dei fatti costituenti il moto incessante della vita, il dibattito relativo alle questioni di principio si viene riducendo man mano ad un caso d'importanza molto limitata, di molto scarso interesse.
Chi difatti oramai si balocca ancora con le astrazioni dottrinarie, chi ancor s'arrovella a definire e spiegare il funzionamento della societ futura nelle sue complicazioni politiche ed economiche d'amministrazione, produzione, scambio, consumo, se non i metafisici della rivoluzione, gl'impenitenti contemplatori dell'ideale fatto sostanza (resi per ci stesso inabili a partecipare al movimento fattivo), gli ostinati coltivatori delle formole teoriche da cui si pretende la fioritura della societ nuova e che per anni sono state motivazione generale e quasi unica dei frazionamenti di partiti, gl'incartapecoriti sacerdoti della dea teoria che vien sempre pi perdendo l'effimero suo potere?
Dal terreno astratto e spesso inconcludente delle idee, la lotta sociale s' venuta spostando verso quello concreto e fecondo dei fatti. E noi, che bene o male, in questa universale partecipazione al movimento reale, che tutti afferra e da nessuno si lascia arginare, abbiamo - talvolta nostro malgrado - dovuto scivolare, non solo alle dottrine in questo proposito di revisione dobbiamo badare, ma anche e pi ai fatti.
Ammenoch non si dichiari in precedenza di voler rimanere - competenza a parte - l'esiguo cenacolo di filosofi che tratteggiano nelle dottrine, fissano sui libri e affidano alle biblioteche polverose i confini delle forme ulteriori d'organizzazione sociale.

3.
Io sono intimamente persuaso che la societ umana tende al proprio perfezionamento, che non sar mai perfezione (escluditrice d'ogni ulteriore progresso, quindi immobilit, non concepibile nella vita, perch con essa in antitesi) ma che si verificher sempre pi elevato, fino al giorno remotissimo ma immancabile in cui anche per essa societ umana incomincier definitiva la parabola della decadenza, sorte comune ad ogni cosa nell'universo; che ogni stadio di civilt per un popolo  una fase della vita sua, superata da stadii successivi; che il complesso d'istituzioni costituenti l'organismo sociale di questi stadii  la risultante d'una somma di condizioni determinatesi in precedenza, ed  mantenuto dal giuoco d'interessi relativi all'epoca in cui esso funziona; che l'educazione, la morale dominanti sono la sintesi della mentalit ambientale d'ognuna di queste epoche, coltivata e mantenuta ad arte dalle caste dirigenti nelle masse gi per ragioni ataviche predisposte ad un attaccamento ostinato alle superstizioni, pregiudizi, errori d'ogni fatta di cui appunto essa mentalit si compenetra e morale ed educazione si compongono; che detta mentalit ambientale dovr subire modificazioni profonde e radicali durante un lunghissimo periodo preparatorio - contrassegnato da chiss quanti movimenti rivoluzionari ancora superficiali - e la societ umana passare conseguentemente per chiss quanti stadii intermedi di nuovi organamenti sociali (mitiganti e attenuanti sempre pi le forme di sfruttamento e di dominazione economico-politico-morale che sotto differenti aspetti sono pur sempre state la base del funzionamento d'ogni civilt precedente, come lo sono delle presenti e lo saranno purtroppo ancora di parecchie delle future) avanti che le forme di funzionamento tutte diverse e destinate a mutar completamente faccia alle civilt a venire, quelle forme cio, da noi qualificate "anarchiche", ora contenute in germe nel grembo dell'umanit e che - essa ancora pressoch inconsapevole - gi l'accompagnano lungo l'ininterrompibile suo cammino, pervengano a concretarsi e dar vita a quel futuro organismo sociale da noi oggi additato con la semplice denominazione generica di "anarchia".
Riconoscere e dichiarare che a codeste forme superiori di vita non si perverr n in breve volger di tempo per un atto fervido di volont ostinata, n lungo quella rigida direttiva che il nostro entusiasmo s' affannato sinora a tracciare come si farebbe per la costruzione d'un tronco ferroviario (e anche cost avvengono spesso delle varianti...); ammettere e spiegare ch'esse non verranno neppure a plasmarsi rigorosamente sullo stampo dottrinario da noi disegnato, ma saranno la risultante pi perfezionata - non per da noi definibile nei particolari - della lunga evoluzione che ad esse porter fatalmente, non significa venir meno alle proprie convinzioni. Vuol dire semplicemente che, fattasi una ragione positiva delle condizioni reali a traverso cui la societ umana vien via via elaborando i suoi organi funzionali, si vuol finalmente sfrondare l'albero delle proprie aspirazioni da tutto quanto  irrazionale, metafisico, per liberarsi da quella concezione facilona delle dottrine e del movimento che da vent'anni  la caratteristica essenziale dell'opera di propaganda svolta dalla quasi generalit degli anarchici in mezzo al proletariato d'Italia, e che non rispondendo alle esigenze e condizioni reali del movimento e della vita, ha dato quei risultati che oramai tutti conoscono e incominciano a deplorare.
Non, dunque, sconfessione di principii, nel presente proposito revisionista di quello che si  propugnato finora, tanto con le premesse teoriche, quanto per gli atteggiamenti fattivi. Alla mente di chi non  prete, i principii non appariscono religione ; e non esisterebbe progresso, e non conterebbero nulla, n l'esperienza della vita vissuta, n le moltiplicantisi conquiste del pensiero scientifico e sue pratiche applicazioni, l dove l'immobilit nella pura contemplazione delle dottrine venisse scambiata per fedele, incrollabile attaccamento alle proprie convinzioni, per rivelazione d'un carattere adamantino, per manifestazione di ferma e sicura coscienza d'avere ottenuta la somma grazia dell'infusione d'una sapienza cos vera ed assoluta da non aver pi da temere o sopportare l'attacco di quelle ulteriori indagini che dopo tutto sono necessit e vanto della gente che ragiona.
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Profondamente anarchico, nel senso lato e generico della parola, non per una disposizione mentale che mi renda atto ad abbracciare un dato ordine schematico di teorie, ma per la qualit stessa del mio temperamento unita alla chiara nozione di quello che nel suo complesso  il fatal divenire umano, io, nell'interesse appunto dell'affermazione sempre pi alta e dello sviluppo sempre pi intenso dell'anarchismo inteso come tendenza da seguirsi dall'umanit lungo la traiettoria del suo perfezionamento, ritengo indispensabile e urgente un'opera di sincera, coraggiosa revisione delle teoriche e dei metodi che specialmente negli anni pi recenti hanno preso cittadinanza nel nostro movimento.
E - pur non essendo senza peccato - scaglio la prima pietra...
Sar un'opera che far probabilmente strillare una parte non trascurabile degli anarchici, quantunque molti ve ne siano fra loro che pensano (e da tempo) come me, un su per gi di quello che ora io vengo esponendo, e solo taciono perch soventi la verit fa paura a colui medesimo che la vorrebbe dire, o perch punto disposti ad affrontare gli attacchi e le ingiurie ch'io son risoluto invece a succhiarmi tranquillamente, considerando in ogni caso vilt la dissimulazione del proprio pensiero. Li far strillare perch essi, fossilizzati oramai nell'adorazione del futuro che si rappresentano come il credente si rappresenta il paradiso; rannicchiati nella cuccia comodissima di una non azione che  rumino arcigno e negativo di formulette, sempre eguali a dispetto del muovere vertiginoso dei tempi e ridotte alla funzione di massime aforistiche che pel loro contenuto dogmatico si potrebbero paragonare a quelle consacrate nella dottrina cristiana; chiusi nel recinto della loro chiesuola; refrattari, per la paura d'esser fedifraghi, agl'influssi della realt, pi non si scuotono che per vomitar vituperii, o sulle altre correnti che se non altro si muovono, o su quelli fra i loro correligionari i quali, non avendo ancora rinunciato alla facolt di pensare, al desiderio di muoversi, al proposito di dar vita ad un sano movimento sul quale le tendenze anarchiche, intese pel loro verso, influiscano sul serio, cercano di svecchiare questo rancidume che sotto certi aspetti  diventato putridume, a costo di dovere abbattere molte pregiudiziali insostenibili perch artificiose, distruggere errori vecchi e pregiudizi nuovi, svesciare idoli e rovesciare castelli in aria, cancellare frasi fatte e luoghi comuni, mandare in fumo pi d'una formola, d'un dogma, d'una vanit... che par persona.
Frutto di quest'impresa, potrebbe anche essere la cacciata dalla congrega. Poco importa; ci vorrebbe dire semplicemente che con l'attuale elemento nostro, ostinato pi che mai nell'ortodossia, io non posso lavorare pi. Se sar anarchico io, o se lo sar chi resta, non  cosa di soverchio interesse per l'avvenire del movimento sociale. Ognuno pu far del bene, come pu fare del male, nell'atteggiamento in cui si trova meglio a proprio agio; ma chi comprime o, peggio, contrae il proprio pensiero nell'apprensione delle scomuniche o anche soltanto per un vieto attaccamento al proprio passato o per la malinconia della consuetudine che lo spinge - con un pudore assolutamente irragionevole - a chiudere gli occhi alla realt, o anche per la ostinazione puerile di non volere dare agli antagonisti la magra soddisfazione di vedere modificarsi qualcosa nell'ordine (o nel disordine...) precedente dei proprii concetti, non mi par degno di chiamarsi uomo; tanto meno, uomo di progresso. La vita, s materiale che intellettuale,  un continuo modificarsi. Chi pensa, non si pu cristallizzare; e il pensiero  necessariamente tratto a plasmarsi a seconda del prodursi ininterrotto dei fenomeni sociali. Voler costringere questi nello stampo del proprio cervello,  pretendere l'assurdo. Anzi, l dove si vuol ci tentare, si lavora alla creazione ed alla salvaguardia d'interessi partigiani; si compie quindi opera di politicanti.
Non devono invece, gli anarchici, rifuggire da ogni politicantismo, essi che non vogliono alcuna tutela d'interessi partigiani? Non devono essi favorire lo sviluppo e il perfezionamento delle tendenze naturali dell'umanit? E allora, perch non incominciare a perfezionare il nostro stesso pensiero, a sviluppare le nostre concezioni ideali per metterle e tenerle al corrente delle conquiste dovute alla scienza e all'esperienza, anche se ci deve costarci qualche rinuncia alle inevitabili esagerazioni in cui si cade nel primo fissar delle basi d'una dottrina? Che cosa vuol dire se non la penseremo pi esattamente come dieci, venti anni fa? Qual valore, quale utilit pu avere questa cieca ostinatezza di voler serbare immutabile il pensiero nostro? Forse che codesto periodo di tempo  trascorso senza aver recato alcun mutamento nel mondo? Forse che in altri venti, dieci anni il nostro pensiero non verr a ricevere nuove e diverse impressioni, a far tesoro di nuovi insegnamenti che verranno ancora a modificare di bel nuovo la struttura teorica delle nostre dottrine, a imprimere altri orientamenti all'indirizzo della nostra azione?
Se vi sentite di negar ci, negate dunque senz'altro la vita!
D'altronde, in codesta revisione di quella parte formalistica dei nostri concetti oramai superata grazie alle nuove concezioni acquisite; nella ricerca spregiudicata delle cause che hanno indotto noi in errore e gettato il nostro movimento nel marasma dell'attuale impotenza; nelle additazione dei mezzi ritenuti meglio acconci per rimetterci al corrente con le mutate esigenze della lotta per le ulteriori conquiste, da quali intenzioni siamo noi mossi?
Questa, la domanda da rivolgersi, avanti di gridare ai rinnegati. Nessuno si pu pretendere infallibile; e sarebbe davvero curiosa che riprendendo altri di tale pretesa, l'avanzassimo per noi. Posso anche sbagliarmi io, adesso; e magari da capo a fondo. Ma se a taluno il proposto tentativo di revisione delle dottrine e dei metodi dell'anarchia, fatto nell'unico intento di giovare alla causa anarchica che per insipienza di militanti viene ogni giorno pi perdendo terreno e soldati, apparir inutile, o sbagliato, o magari anche accenno all'inizio d'uno scisma, non la scomunica che nulla risolve lo deve accogliere, ma la discussione ampia, serena ed esauriente, che se anche non convincer nessuno, sar venuta a rilevare finalmente e precisare le innegabili dissensioni dottrinarie e tattiche oggimai esistenti e dilaganti anche nella nostra corrente.
Cos almeno, se del caso, sapremo con relativa precisione su quali punti essenziali dovremo operare il distacco fra le due tendenze che - se incaponiti, per malinteso amor di concordia, a voler mantenere insieme - approderanno soltanto ad intralciarsi vicendevolmente il cammino.

4.
All'elemento che in Italia s' venuto dichiarando per la concezione anarchica,  mancata una solida preparazione intellettuale, che gli consentisse di farsi una nozione sufficientemente larga e relativa delle idee che abbracciava, anzich ristretta, assoluta, bizzarra, formalistica come invece  avvenuto.  cio mancato un conveniente movimento preparatorio d'idee, corredato delle cognizioni scientifiche indispensabili per dare al terreno di semina quegli elementi di cultura, senza il cui succo i germi del sapere si sviluppano e fruttificano male, producendo a malapena un raccolto gramo e stentato.
Non a caso ha parlato quel filosofo, quando sentenzi che non havvi danno maggiore d'una idea grande seminata in cervelli piccini!
L'atteggiamento assolutamente distinto, assunto dagli anarchici in opposizione recisa ad ogni altro partito o corrente del movimento sovversivo, s' venuto precisando poco pi di vent'anni addietro. Avanti tal epoca, le idee anarchiche informavano gi da un pezzo,  vero, l'indirizzo dottrinario e tattico di tutta una corrente e ci fin dai tempi pi floridi dell'Associazione Internazionale dei lavoratori, tanto che si pu affermare che allora, la tendenza cos detta bakounista, in Italia aveva il sopravvento. Ma le propaggini dell'Internazionale allignavano ancora fra gli anarchici con la conservata caratteristica tattica di partecipazione risoluta al movimento operaio considerato terreno essenziale d'azione pei rivoluzionari tutti - quindi anche e pi specialmente per gli anarchici i quali con pi intenso fervor di chiunque altro sovversivo credevano nell'imminenza della rivoluzione sociale che cercavano d'affrettare con frequenti tentativi insurrezionali - s ch'essi anarchici mantennero ancor fede per qualche tempo ai criterii pratici opposti a quelli negatori della partecipazione ai movimenti dell'organizzazione economica dei lavoratori, diventati in seguito lo spauracchio addirittura dell'elemento anarchico in genere, il quale proclam tattica unica di guerra il vade retro Satana a quanto sapeva d'organizzazione.
Questo atteggiamento superbo che si pretese il solo e vero interprete della dottrina anarchica integrale e l'unico suo traduttore nell'azione pratica, incominci a prendere consistenza verso il 1892 e s'afferm predominante nel campo nostro, subito dopo la storica scissione di quell'anno. Si deve a tale sua predominanza la supremazia sempre crescente acquistata in seguito dai partiti socialisti parlamentari sopra le masse lavoratrici, le quali, abbandonate dagli anarchici smarritisi nelle nuvole della nuova caotica tattica cosidetta antiorganizzatrice o individualista, per quelle necessit che la legano allo svolgimento di una intensa azione economica si accostarono sempre pi ai partiti socialisti che tale necessit sanno abilissimamente sfruttare, fino a traviare il movimento proletario e convergerne gli sforzi al conseguimento dei proprii fini. Tentativi di ritorno alla vecchia tattica, gli elementi anarchici favorevoli alla partecipazione al movimento proletario avente la massima espressione sua nel fenomeno dell'organizzazione economica, ne fecero parecchi, ma sempre con esito pressoch nullo. Furono tentativi sporadici, soffocati sempre dalla contraria tendenza, i cui capeggiatori raramente appartenevano al proletariato vero e proprio, e posavano a intellettuali, a filosofi, a sapientoni, mentre i seguaci, anche e specialmente operai, rappresentavano per lo pi la falange degli smaniosi di novit stravaganti, di un futuro perfetto, la folla dei disgustati della organizzazione che non operava gli attesi miracoli, e ch'essi lasciavano perci volentieri sempre pi in bala dei politicanti, ai quali non pareva vero d'avere spianata la via ai loro exploits, da quelle diserzioni... che almeno avessero contribuito all'affermazione d'un movimento superiore e migliore sotto altre forme, mentre invece non fecero che costituire un torbido elemento di stanchi, di svogliati, di esauriti, o di poltroni innocui orpellanti la loro inerzia con un rumino mentale scodellato per la sola, per la pura filosofia anarchica, o di turbolenti inetti, esalanti la loro incapacit in un'opera stupida di rumorosi disturbatori d'ogni accenno di lavoro proficuo.
Furono tentativi lasciati bentosto all'iniziativa individuale, quindi impotenti ad operare alcunch di utile, ostacolata e assorbita come veniva l'azione dei pochi dall'attivit e dall'abilit dei socialisti, nonch dalla passivit delle masse sulle quali avrebbe dovuto influire e premere l'opera energica e concorde degli elementi nostri, numerosi e bene affiatati; furono tentativi quasi sempre sterili, e ai cui fautori valsero la taccia ben nota che vorrebbe loro negare una convinzione e una coscienza d'anarchici, perch gli anarchici veri sono gli altri, quelli che disprezzano le masse e i loro movimenti e le loro agitazioni pel fatto che ogni stormir di foglia dell'organizzazione proletaria non vuol essere la barricata, la rivoluzione... e tanto meno il passaggio istantaneo all'anarchia.
Questo criterio ha potuto venire ad avere la prevalenza nei nostri ambienti, precisamente perch a noi  mancata la solida preparazione intellettuale a cui dianzi accennavo. La ripugnanza stessa pel lavoro parziale a risultati minimi, pei metodi d'azione col successo a lunga scadenza, s' venuta determinando a traverso l'errata concezione che gli anarchici - rimasti privi di detta preparazione intellettuale - si sono formata delle idee professate e del derivante atteggiamento da assumere nei casi quotidiani della lotta per la loro propagazione e per la necessaria loro penetrazione nell'ambiente sociale.
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*   *
Gli anarchici si trovarono dunque ad essere all'indomani della scissione famosa del 1892, una corrente a s, un elemento completamente staccato dal resto dei sovversivi. Se essi avessero posseduto una cultura che rendendoli edotti di quello che  ineluttabile svolgimento della vita dei popoli, avesse loro fornita una chiara nozione del da farsi per lavorare praticamente all'affermazione dell'anarchismo nelle stesse correnti sociali d'oggid,  certo che le fasi successive del movimento sociale si sarebbero svolte molto diversamente da quello che invece  avvenuto; e gli anarchici, non stimolati dalle impazienze intempestive degli entusiasmi ciechi i quali troppo spesso fanno ignorare le condizioni e le situazioni peculiari della realt, senza neppure alcuna rinunzia all'integrit delle loro dottrine convenevolmente intese e sensatamente praticate, lungi dallo smarrire la via, avrebbero acquistata una influenza capitale sul movimento proletario; lo avrebbero indirizzato lungo le direttive rivoluzionarie dell'azione di classe, senza neppur bisogno d'attendere i neo-politicanti dell'ultima ora, i sindacalisti, che impastati d'una mentalit ben lontana dall'essere anarchica, si limitano a mascherare con frasi e con parole lo scimmiottamento della tattica dei loro personali avversari, i riformisti.
Ma gli anarchici avevano fretta. Privi di quelle cognizioni positive che sono le incubatrici d'un largo e illuminato movimento d'idee le quali sole avrebbero potuto costituire una solida base al nuovo organismo di battaglia che si proponeva di fare della propaganda e dell'azione anarchica in relazione alle circostanze di tutt'i giorni, essi volevano fare la rivoluzione sociale oggi, e l'anarchia domani. Per essi, dette circostanze - risultanti da un complesso di fatti e di fenomeni sociali traenti le loro origini dai secoli passati - non esistevano, o non contavano, o non avevano valore.
Giornali e opuscoli, enunciatori e divulgatori della dottrina anarchica, se n'erano stampati molti, e si continuava a stamparne; ma essi risentivano tutti dello stato d'animo dominante, d'esso partecipando i loro scrittori; cos non riuscivano che a vieppi diffondere i precedenti criterii, a rendere pi densa l'atmosfera d'errori che voluttuosamente si respirava diggi. Uomini d'ingegno e di dottrina n'erano rimasti alla corrente anarchica; ma ci voleva altro per determinare quel movimento d'idee che avrebbe dovuto essere la base razionale e positiva della dottrina anarchica, e la spina dorsale del movimento conseguente che si sarebbe dovuto precisare con un carattere specificatamente suo fra il proletariato d'Italia!
D'altra parte, per quanto gli uomini dall'intelletto solido e nutrito di sapere non mancassero, essi risentivano purtroppo le influenze dell'ambiente che s'era venuto formando; erano quindi ben lungi dal poterlo dominare per costituire un substrato intellettuale all'anarchismo, cos come sarebbe stato necessario. Uomini di azione pi che di preparazione, essi anelavano alla lotta. Le tradizioni insurrezioniste dell'Internazionale li possedevano tutti, e - ricchi forse pi di sentimento che di raziocinio - partecipando dell'opinione diffusa negli ambienti sovversivi d'allora, si figuravano pur sempre imminente lo scoppio della rivoluzione sociale, da cui si ripromettevano, se non l'avvento immediato del comunismo e dell'anarchia, per lo meno una formidabile spinta in avanti che avrebbe supplito alle deficienze intellettuali e all'ancora scarsa coscienza delle masse, compensando cos la mancanza di preparazione dottrinale.
Era molto, per essi, se fra una carcerazione e un esilio, potevano lanciare a quando a quando uno scritto di poca mole, che risentiva di tutte le manchevolezze relative alle condizioni d'ambiente e di vita in cui aveva dovuto sbocciare.
Opere di mole e di polso, ne venne qualcuna, in traduzioni dal francese, ma molto sul tardi e quando gi pi d'una delle opinioni in esse contenute e rispecchianti il pensiero scientifico rivoluzionario di trent'anni addietro, al successivo assaggio dei fatti si sarebbe gi dovuta modificare.
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*   *
Data dunque una situazione economicamente critica come quella d'Italia a quei tempi; date le tradizioni insurrezioniste delle minoranze bene o male pensanti e il fermento d'idee, il tumulto appassionato di discussioni che agitavano gli ambienti sovversivi d'allora, le dottrine dell'anarchia, divulgate da apostoli di fede salda e dalla parola affascinante; corredate da una critica poderosa e straordinariamente logica ai programmi e alle idee degli altri partiti nonch stupendamente demolitrice delle molteplici istituzioni del sistema borghese alla cui distruzione si mirava, non potevano fare a meno di trovare proseliti, grazie specialmente all'annunziazione della rivoluzione sociale che si dichiarava alle porte e che, con la sua promessa sottintesa dell'inscenatura barricadera, stimolava quel sentimento bellicoso tramandatoci dal passato, acuito dal periodo guerresco appena tramontato, ed ora, per l'influsso delle dottrine internazionaliste, trasportato dalla visione d'un campo di guerra fra popoli nemici, a quello d'una lotta insurrezionale fra classi antagoniste.
Essendo mancato cos il periodo di raccoglimento degli elementi studiosi, indispensabile per un'acconcia preparazione intellettuale, per una elaborazione seria e positiva delle idee, la concezione anarchica venne a trovarsi troppo presto a contatto della massa grezza, punto capace di intenderne il contenuto come norma generica, come guida ideale nell'indirizzo da dare al proprio movimento. Ignoranza ed entusiasmo spinsero a tradurla in articoli di fede; tradizioni ed impazienza portarono a confonderla e a farne un tutto unico con la rivoluzione a cui s'era smaniosi di giungere.
E, per rivoluzione, s'intendeva nient'altro che l'atto violento, l'episodio tragico delle barricate e delle schioppettate, al cui prodursi la compagine borghese si sarebbe affrettata a sprofondare sotto il peso dell'ignominia sua, e l'anarchia, bella e radiosa forma di ricostruzione sociale gi matura e pronta nelle dottrine e nelle idee, per virt sola dei credenti in lei che la volevano attuare, sarebbe sorta sulle fumanti rovine del mondo borghese crollato, e avrebbe funzionato tranquillamente, per la felicit perfetta degli uomini resi una buona volta beati nel paradiso terrestre finalmente conquistato.
Ecco quello che si profetizzava dai propagandisti, che si credeva dai proseliti. E l'elemento anarchico si venne formando cos, ispirato da codesta concezione, pi che semplicista, puerile, in materia di trasformazione sociale. Affluirono ad esso gli entusiasti, allettati dalla promessa di quel paradiso anarchico; i violenti (anche solo in ispirito) solleticati dalla certezza di poter presto partecipare all'azione rivoluzionaria; i sentimentali, urtati fino all'esasperazione dallo spettacolo delle cosidette ingiustizie sociali e innamorati del sogno dell'egualitaria fratellanza universale contenuto nell'anarchia cos com'essa veniva spiegata; gl'impazienti, i semplici di mente, tutti coloro che per l'uno o per l'altro verso mancavano della capacit di farsi una ragione positiva dell'immenso problema umano, e ai quali la soluzione anarchica, apparendo la pi spiccia, veniva a fare il solletico con una promessa di rapidit e di prontezza che li esonerava dallo sforzo difficoltoso e assiduo d'una lotta aspra, paziente, avara d'immediate soddisfazioni, preparando delusioni infinite, estremamente nocive allo svolgersi del nostro movimento.
Degli studiosi e dei competenti ve n'erano, s, venuti a noi dal frazionarsi delle correnti primitive. Ma anch'essi risentivano dello stato d'animo generale; a questo si dovevano adattare, nell'impossibilit di riuscire a dominarlo, poich altrimenti potevano perdere ogni influenza sopra esso, mentre, presentendosi imminente la lotta risolutrice del problema sociale, qualunque essa fosse stata, urgeva schierare con s il maggior numero possibile di gente disposta a formare l'avanguardia della rivoluzione. Bisognava all'uopo tollerare che i seguaci pigliassero alla lettera le dottrine che si venivano loro spiegando, per non costringerli ad arrovellarsi in interpretazioni che per essi avrebbero avuto tutto il mistero degli enigmi, e non rischiare di disgustarli con lo strappar loro le illusioni che si venivano creando.
S'aveva bisogno, in una parola, di uomini di fede, pronti ad agire, pi che atti a ragionare.
Intanto, mentre s'attendeva la rivoluzione, bisognava intensificare la propaganda per aumentare il numero dei seguaci, raffinare le teorie perch - si diceva - pi queste saranno complete, e pi la rivoluzione andr in l. E siccome gli anni passavano e la rivoluzione non veniva, la propaganda s'intensific talmente e talmente si raffinarono le teorie, che s'incominci a scivolare in un dilagar d'esagerazioni e di stravaganze, poi da queste a degenerare in aberrazioni d'ogni sorta, perdendo in breve di vista ogni visuale chiara e positiva di propaganda e d'azione, tanto nel dibattito delle dottrine, quanto nello svolgimento dei metodi tattici di lotta da seguire per esercitare un'influenza valida e sensibile nel fluttuare vario e complesso del movimento sociale.
Quei pochi che di quando in quando sorsero per contrastare il passo all'orda sfrenata degli Unni del senso comune e tentare un lavoro sensato e concreto, non poterono mai avere successo; trovarono sempre da cozzare contro uno stato d'animo diffuso oramai negli ambienti nostri, e - fatti segno a dileggi, insulti ed attacchi sovente ignobili e villani - stomacati e stanchi non tardarono ad abbandonare l'impresa.

5.
Se avr voglia, un giorno, di scrivere la storia di questi ultimi vent'anni del nostro movimento, ne racconter delle carine sui fatti e sugli uomini (e anche su le donne...) dell'anarchia in Italia. Cosa che non  lecita qui, perch questo ha da essere critica non storia. Come tale, deve solo occuparsi del lato dottrinario e tattico della questione presa in esame.
Per questo appunto, non sar inutil cosa rilevare anche una contraddizione relativa alle nostre idee sul divenire sociale e ai mezzi per giungervi, non per entrare in discussioni, poich diverso  lo scopo del libro, ma perch essa  di natura tale da suffragare uno dei rilievi sui quali maggiormente insister.
Ignoro se negli ambienti nostri questa contraddizione non sia stata mai notata. Credo di no; ma se  s, lo si dev'esser fatto in forma assolutamente personale, mentale, e solo da qualcuno dei nostri compagni pi osservatori e studiosi, poich non mi risulta che l'argomento siasi pubblicamente dibattuto. Pu anche darsi che da pi d'uno essa sia stata afferrata ( tanto evidente, d'altronde!...) ma trascurata a bella posta nelle nostre dispute, pel fatto d'essere sempre stata compresa come un punto debole di certe affermazioni nostre, il tallone d'Achille di quel concetto caro agli anarchici, che attribuisce ogni valore di trasformazione sociale in senso immediatamente anarchico alla rivoluzione da essi preconizzata, fino alla pronta realizzazione in blocco della cosidetta societ anarchica.
Noi siamo anarchici - e siamo rivoluzionari.
Siamo anarchici, perch crediamo nell'avvento d'una forma superiore di societ che si regga senz'alcun bisogno di coercizioni autoritarie esercitate da caste, da classi, da individui, mediante leggi decretate da pochi o votate da maggioranze - pretese o reali,  la stessa cosa - e imposte e mantenute in vigore con la forza materiale delle armi, con la minaccia di punizioni terrene od extra-terrene, e con la costrizione mentale e morale di superstizioni e di pregiudizi costituenti appunto l'atmosfera ambientale che permette il funzionamento di questo o di quell'organismo composto d'istituzioni autoritarie. Siamo rivoluzionari, perch sappiamo che a questa forma di societ non si pu pervenire se non a traverso l'azione violenta destinata a vincere le immancabili resistenze degl'individui e delle classi che hanno interesse a conservare l'attuale stato di cose.
Sin qui, m'immagino d'essere d'accordo con tutti gli uomini di buon senso, e non solo con gli anarchici. Nessuno infatti, che abbia un po' di sale in zucca, vorr non ammettere che ogni conquista determinante uno spostamento sensibile nell'ordine di dominazione politica ed economica esistente negli organismi sociali, implica fatalmente l'azione rivoluzionaria. A gli eventuali contradittori, s'incaricherebbe di replicare la storia.
Ma dov'io vedo un grave errore d'interpretazione - tanto dell'azione rivoluzionaria e suoi risultati, quanto del modo col quale avverr la instaurazione del regime anarchico - per parte d'un gran numero dei credenti nel verbo della anarchia,  precisamente nel semplicismo delle concezioni che si nutrono in materia; semplicismo dal quale ha poi origine l'accennata contraddizione.
Il concetto corrente, che a traverso a tutta una serie di conseguenze ci ha trascinati e piombati nell'attuale stato di atrofizzazione,  che la anarchia sia un sistema determinato, attuabile in blocco, dall'oggi all'indomani, grazie appunto al trionfo d'una rivoluzione la quale riesca ad eliminare d'un colpo tutte le istituzioni e relative forze ostacolanti l'attuazione dell'anarchia medesima.
E la contraddizione sta appunto qui.
Non per la fisima preoccupante taluno, che cio l'anarchia, essendo negazione di violenza, non consenta l'atto rivoluzionario che la deve attuare, poich se per giungere ad una forma di vivere sociale in cui la violenza non abbia pi motivo di verificarsi sotto nessuno degli aspetti suoi,  necessario compiere atti violenti, io ritengo che non sia affatto il caso d'esitare. Santa contraddizione, benedetta incoerenza quelle che ci consentono di eliminare le contraddizioni e cancellare le incoerenze di domani!
Questo, tutt'al pi, servirebbe a dimostrare che nello svolgimento dell'azione pratica tendente a favorire lo sviluppo della mentalit anarchica - a preparare cio l'avvento dell'anarchia -  assurdo pretendere che ci si attenga rigorosamente a quei dettami che saranno pienamente valevoli a mentalit anarchica sviluppata, ma non sempre e ad ogni costo adesso (come la generalit degli anarchici sostiene, condannandosi per all'inerzia) perch ora siamo costretti ad agire con elementi e con forze che sono ancora ben lungi dal possedere questa mentalit, neppure quando si professano militanti per l'anarchia.
Non per tal fisima, dunque, c' contraddizione; ma per le seguenti ragioni, ben altrimenti valide e concrete.
L'azione rivoluzionaria presuppone anzitutto delle resistenze che vengono frapposte alle intenzioni risolutive degl'innovatori, quando questi s'accingono a passare dalla propaganda al fatto; significa quindi la necessit d'uno sforzo di minoranze agguerrite (e tali sono precisamente gli innovatori) le quali approfittando di circostanze particolarmente sfavorevoli agli organi costituiti per la conservazione del sistema ch'esse vogliono abbattere, muovano e insorgano contro i poteri dominanti, composti di minoranze anch'essi, ma appoggiati alle forze reali delle maggioranze, forze costituite dallo spirito ambientale che della mentalit di esse maggioranze  sempre espressione. Se ci non fosse, non sarebbero mai esistiti governi, perch la forza materiale al loro servizio  stata sempre numericamente esigua; la vera forza sulla quale i governi s'appoggiano,  quella costituita dallo spirito arretrato dei popoli ad essi soggetti, fatto d'acquiescenza, d'adattamento, e anche d'attaccamento a quello che esiste.
Altro che "spirito rivoluzionario" delle masse, cotanto ed a sproposito vantato dai moderni sovversivi, i quali, troppo rigidamente attaccati alle tesi del "determinismo economico", non tengono alcun calcolo delle determinanti psichiche, storiche e sociali che contribuiscono anch'esse alla formazione della mentalit negli uomini!
Ora, se c' una minoranza costretta a vincere tali resistenze,  segno che la maggioranza non  stata conquistata alle sue idee. Se fosse stata conquistata (cosa che non sar mai possibile, perch durante un periodo evolutivo qualsiasi, preparatore di trasformazioni profonde, i manipoli audaci e sufficientemente maturi per passare all'azione non possono certamente rimanere inerti ad attendere la lontana maturazione della massa) le istituzioni che si vogliono abbattere cadrebbero da s, perch ad esse mancherebbe la forza di resistenza, che deriva loro appunto e pi particolarmente dalla mentalit arretrata o indifferente delle masse, e dal loro contegno passivo che le rende per lo pi adattabili al fatto compiuto, oltre che dalla forza armata - emanazione anch'essa della massa - direttamente a servizio dei poteri dirigenti.
Non vi sarebbe quindi alcun bisogno di rivoluzione.
Ogni azione rivoluzionaria  dunque prerogativa di minoranze. La qual cosa significa che tanto nella preparazione ideale - movimento di idee, determinazione di nuove esigenze ed aspirazioni specialmente morali ed intellettuali, poich quelle materiali sono pi specialmente esecutrici che preparatrici di rivoluzione - quanto nell'effettuazione, fattore massimo rivoluzionario sono le minoranze. Le maggioranze vengono poi a godere del migliorato stato di cose, al quale, trovandosi in esso complessivamente meglio di prima, finiscono con l'aggrapparsi anche se in principio avevano risentito qualche incomodo, qualche turbamento per la novit della cosa, pei mutamenti d'abitudini, pel nuovo tenore d'una vita che, specie nel periodo acuto del conflitto fra le due minoranze in lotta, non poteva camminar liscia come un olio.
E siccome questo nuovo adattamento alle nuove condizioni di vita risultate dal trionfo della rivoluzione non rimane circoscritto ai casi della esistenza materiale, ma si verifica altres negli usi, nei costumi, nello spirito della massa, ecco venirsi a formare una nuova mentalit ambientale pi elevata, pi raffinata, pi libera della precedente, e dalla quale torneranno a spingersi innanzi, nell'avvenire, i tentacoli ideali di altre e pi eccelse aspirazioni, propugnate e propagate da nuove minoranze d'impazienti e di audaci.
Non  mica una scoperta peregrina che vengo facendo! Si tratta d'una verit che ognuno di noi conosce, e che ha senza dubbio le mille volte affermata. C' pertanto doppiamente da stupire che nelle nostre menti venga alimentato un concetto tanto semplicista in merito a quello che chiamiamo l'attuazione dell'anarchia.
Infatti, se noi riconosciamo inevitabile la rivoluzione; se questa  il risultato storico della necessit per le minoranze di vincere le resistenze attive di altre minoranze appoggiate alla passivit delle maggioranze, parte almen delle quali potrebbe anche passare all'ostilit attiva, come le popolazioni della Vandea durante la Grande Rivoluzione; se agli ostili sar necessario far sentire il peso della repressione; se agl'inerti ed ai passivi bisogner imporre un nuovo ordinamento sociale, come potr questo essere l'anarchia, nel significato che a questo termine abbiamo sempre attribuito?
L'anarchia, non dovendosi basare su coercizioni di sorta; dovendo trovare l'umanit intera, o almeno, per non generalizzare eccessivamente, tutta un'agglomerazione di popoli pronta, capace e disposta a vivere secondo i suoi dettami, per attuarsi dev'essere penetrata di gi nella coscienza di tutti; deve gi essere maturata nell'ambiente. Fino a che vi sar bisogno d'una rivoluzione per procedere innanzi; che si dovranno usare imposizioni, coercizioni; esercitare opera di repressione, non fosse che per mozzare il capo o magari anche soltanto gli artigli ai desiderosi del passato, ai sognanti o tentanti restaurazioni, non si sar attuato l'anarchia. Si saranno attuate forme intermedie d'organizzazione sociale, nelle quali i fenomeni relativi alla propriet privata e all'autorit si faranno sempre pi evanescenti, ma che richiederanno ancora chi sa quanti stadii evolutivi e chiss quante rivoluzioni, avanti che la mentalit generale sia fatta assolutamente ripugnante ad ogni loro prodursi e riprodursi nelle istituzioni che reggeranno in avvenire gli umani consorzi.
Come dunque pretendere di regolarci gi oggi, nell'azione pratica del movimento proletario, con criterii assolutamente anarchici, mentre ci moviamo in un ambiente cos lontano ancora dall'essere in grado di tradurre nei fatti le concezioni teoriche le quali - contrariamente alle affermazioni tutt'affatto gratuite di molti di noi - sono oggi a mala pena ed anche malamente abbozzate nel cervello di qualcuno? Come esigere adesso una linea di condotta anarchica da questa massa vecchia di tutto un passato che la tiene avvinta a s, e che afferra persino ancora coloro che dell'anarchia - forma ideale purissima della vita di domani - si proclamano coscienti fautori?
L'illusione di riuscirvi, ci ha fatto brancolare per anni in quel caos di farneticazioni che noi chiamammo la tattica da seguirsi. Quando poi vennero i fatti a dimostrarci che non la volont personale dei singoli conta nello svolgersi del movimento proletario, ma un complesso di condizioni peculiari su cui buona tattica  di far pesare e valere la nostra influenza, noi, incapaci di sceverare il relativo dall'assoluto, c'immaginammo che la massa "non volesse fare l'anarchia", ed abbandonammo perci quel terreno che  il solo ove si possa svolgere l'azione pratica indispensabile per affrettare il moto evolutivo della vita sociale.
Cos, oggi, per avere voluto essere "troppo anarchici", non solo ci siamo ridotti all'inerzia; ma dobbiamo subire tutte le altrui influenze, perch il movimento proletario che si svolge fuori della nostra partecipazione diretta e della nostra influenza, viene a piegarci alle sue direttive, anche alle pi sballate; mentre un criterio pi equilibrato in materia di relativit nei necessari contatti con la massa ancor grezza, ci avrebbe messo in condizione di far pesare anche la nostra parte di valore e d'influenza sulla bilancia di quel movimento proletario che con le sue molteplici manifestazioni  fattore massimo di trasformazione sociale.
Non abbiam voluto contare un poco, pel dispetto di non potere ancora contar tutto. Adesso, non solo non contiamo nulla, ma siamo costretti a muoverci e agire come vogliono gli altri.
 vero che ci sfoghiamo ad insolentirli...
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Ecco dove ci ha trascinati la lamentata contraddizione.
Il bello  che gli anarchici, se non altro, intuiscono ch'essa esiste; e nei momenti di lucidit, intravvedono anche dove ci ha condotti. Ma subito dopo, spinti dalle loro impazienze, dalla brama di metter fine sui due piedi ai "mali" e alle "ingiustizie" della societ per donare agli uomini tutti il paradiso dei loro sogni, dimenticano tutto quello che  la realt premente d'una esistenza che non obbedisce ai nostri comandi, consolandosi al pensiero ch'essi prenderanno poi la rivincita tutto d'un tratto, grazie all'anarchia che - basta volerlo - si realizzer con un buon colpo di scopa rivoluzionario, far giustizia dei borghesi e dei politicanti d'ogni colore, e render d'un tratto gli uomini tutti buoni, tutti altruisti, tutti sbarazzati dalle influenze ataviche dei millennii i cui sedimenti portiamo nel sangue, tutti pronti anche a sacrificare qualcosa, a comprimere istinti e passioni pur di contribuire al retto e tranquillo funzionamento della societ anarchica, senz'alcun bisogno di perdere tanto tempo in codeste sciocchezze d'organizzazioni, miglioramenti, agitazioni, scioperi, educazione ed elevamento morale, che fanno solo perdere di vista lo scopo finale, la mta ultima, l'anarchia.
Non  forse cos che si sragiona in casa nostra?
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Ebbene,  ora di smetterla con questi ragionamenti da semplicioni, pi che da semplicisti, i quali ci relegano alla coda d'ogni movimento, ci fanno cristallizzare in una vana contemplazione d'un futuro che non si costruisce da s.  ora di lasciare alle assurdit religiose questa concezione mistica della condotta degli esseri umani; alle assurdit religiose che mettono la pratica della virt come base d'ogni corretto vivere sociale.
Gli uomini sono quello che li fanno le mille circostanze ambientali. Pretendere ch'essi facciano la rivoluzione per un accordo formale delle singole loro volont personali; che pratichino la anarchia per uno sforzo unanime, durevole delle loro facolt volitive,  da pazzi. L'azione rivoluzionaria sar la risultante di circostanze preparate di lunga mano, favorite da situazioni che non dipendono da un atto momentaneo di volont. L'educazione anarchica deve precedere, non seguire, la realizzazione dell'anarchia.
S, questa massa sorger un giorno, stimolata da eventi che la turberanno nel suo profondo, spinta da desideri e da bisogni che non trovano appagamento nel presente. Sorger, pronta ad ogni eroismo, dall'avvilimento dell'oggi, pronta ad ogni sacrifizio, dagli egoismi della vita quotidiana. Sorger, per fare la sua rivoluzione.. La sua!?... Ah, purtroppo no, non ancora la sua! Essa la far ancora soltanto a mezzo, e saranno ancora i pochi a beneficiarne! E come potr essere altrimenti, anche essendoci noialtri con lei, anche trovandoci noi alla testa, se a viatico delle auspicate trasformazioni essa avr soltanto il miraggio delle nostre promesse? Quale mentalit, quale coscienza posseder essa mai per reggersi anarchicamente, se noi non possiamo darle che la predicazione astratta d'una idea, se ricusiamo di fiancheggiarne il quotidiano movimento con un'opera tendente ad elevarla, a trasformarne lo spirito, a farla, a traverso i fatti, anarchica? Come potr, le nostre idee, realizzarle nelle nuove forme costitutive di vita sociale che alla rivoluzione saranno succedanee?
Un'"anarchia", sbocciante da una rivoluzione prossima - quindi, inevitabilmente, generazione pi generazione meno, con gli uomini d'adesso, o come sono adesso - non sar anarchia, perch il giuoco d'imposizioni, sopraffazioni e repressioni si dovr necessariamente produrre per soffocare e distruggere le reviviscenze del passato, per estirpare i mali germi sopravissuti, per avviare l'umanit verso ancor pi elevate forme di vivere sociale che, di tal opera coercitiva, per funzionare non abbiano mai pi bisogno.
E si dovr produrre per opera d'anarchici. Lasciata ad altri, per un malinteso amor di coerenza alle dottrine astratte, vorrebbe dire abbandonar oltre la nostra tendenza in bala d'una spontaneit d'affermazione che  rinunzia, che  dedizione inconsapevole all'opera altrui, alla opera di quelli che sono ben lungi dal voler coltivare lo sviluppo della tendenza nostra, lavorare alla realizzazione dell'anarchia.
Durante la prossima rivoluzione e dopo di essa, noi avremo perci da lavorare pi d'adesso all'affermazione della tendenza di cui l'anarchismo  ideale interpretazione, all'intensificazione dell'educazione anarchica, e forse con l'impiego di pi d'uno di quei metodi dai quali rifuggiamo spesso inorriditi, considerandoli "autoritari". E non potr essere diversamente, dato il complesso di ragioni che nella loro sintesi son venuto esponendo. Nella stessa guisa che all'anarchia, negatrice di violenza, si perverr a traverso tutta una serie di quei fenomeni di violenza che sono le rivoluzioni, la qual cosa costringe a coltivare nelle masse l'educazione rivoluzionaria, il cosidetto spirito di ribellione, per renderle il pi possibilmente atte a compiere lo sforzo rivoluzionario, mentre detta educazione  contradittoria all'educazione anarchica, perch deve alimentare negli spiriti e nei temperamenti quei germi di violenza che possono anche turbare poi l'armonico funzionamento della vita anarchica, cos per addivenire all'attuazione di essa anarchia, negatrice di autorit, in questi primordi, specialmente, del periodo preparatorio, in cui le masse sono schiave ancora dell'autoritarismo, gli anarchici non devono aver timore d'assicurarsi il maggior ascendente possibile sovr'esse, d'esercitare quell'influenza, quell'autorit morale che per essere fattiva raramente va disgiunta dalle cariche e dalle posizioni che attribuiscono l'autorit reale indispensabile per far pesare, per far valere anche la propria volont nel giuoco delle decisioni, delle deliberazioni, degli atteggiamenti, delle mosse tattiche d'ogni specie, dietro a cui s'incanala e si svolge il movimento proletario che pel lavoro pratico dev'essere il nostro principal campo d'azione.
Non  dunque il caso d'esitare neppur ora, davanti alla necessit d'agire nel campo pratico con degli atteggiamenti che taluno pu considerare "autoritari", ma che - pena l'inerzia - s'impongono ancora, date le condizioni dell'elemento che dev'essere il nostro materiale da lavoro, e le esigenze dell'epoca in cui e con le cui forme dobbiamo agire. Qualunque possa essere il remoto funzionamento della societ anarchica (e d'altronde sarebbe ridicolo volerlo fissare noi fin d'ora, in metodi che rispondono unicamente ai nostri criterii attuali in materia, ma che possono benissimo venire ancor prima d'allora completamente capovolti); qualunque vengano ad esserne gli atteggiamenti degli uomini che vivranno allora, noi, per l'azione pratica quotidiana, oggi e domani e per chi sa quanto tempo ancora, dobbiamo forzatamente tener calcolo della possibilit reale dell'epoca e dell'ambiente. Io comprendo tutta l'esattezza della massima la quale insegna che l'azione pratica dev'essere ispirata alla teoria, precisamente perch in tal guisa si preparano le coscienze anarchiche. Ma quando una rigida applicazione di questa massima non  possibile? Quando ad agire sono gli elementi, le masse non ancora anarchiche? E quando gli anarchici, per contribuire al loro movimento, vi devono partecipare?
Sono due le soluzioni: o l'inerzia che non crea nulla, e d'altra parte ci riduce nella condizione di subire ogni imposizione e adattamento senza poterli gradatamente attenuare, come del resto si subiscono in tante circostanze personali della vita, anche in quelle a cui con un lieve sforzo non sarebbe difficile sfuggire (e poi pretendiamo di farlo quando, non da noi individualmente, ma con tutta una massa ancora arretrata dobbiamo muoverci!...); o un adattamento relativo, illuminato da un criterio tattico sempre sveglio, sempre pronto ad afferrare le circostanze, i momenti favorevoli per compiere opera di propulsione sulla massa, per strapparla - sia pure momentaneamente - alle sue abitudini, alle forme consuetudinarie del suo movimento, per indebolirne la forza e lo spirito d'adattamento, imponendoci magari all'uopo, comandandola - essa che ancor ne ha bisogno... - costringendola a seguirci, ora cedendo ed ora resistendo, ora rinunziando ed ora ostinandoci, a seconda sempre del giuoco multiforme delle combinazioni del momento, e sopratutto senza la pretesa che ci sia l'anarchia, e che nulla noialtri dobbiamo fare se dell'anarchia debitamente etichettata non porta l'impronta e la qualifica.
Occorre una grande avvedutezza, una gran chiarezza di vedute, un'abilit tattica non comune, ed anche una fermezza di carattere ed una rigidezza di tempra eccezionali per non lasciarci trascinare oltre il logico ed il lecito nel compiere un lavoro simile; cose che a noi mancano,  vero, ma sopratutto perch ci manca l'esercizio mentre altri elementi a cui l'esercizio non manca, non sono poi sorretti dalla fede ferma nei principii ideali che precisamente negli atteggiamenti pratici devono essere di guida. Ed  l'esercizio che sviluppa le attitudini; ma noi siamo sempre stati oziosi, appunto perch sdegnosi di partecipare ad un lavoro che non poteva e non pu essere specificatamente "anarchico". E chi a tal lavoro si accingesse, commetterebbe certamente molti errori, come del resto accade a tutti coloro che si agitano, e in ogni cosa che si fa. La vita  una continua serie d'errori -  forse un errore essa medesima -; se cos non fosse, non esisterebbe l'esperienza. Ma fra gli errori di coloro che, agendo, recano un contributo fattivo allo sviluppo del progresso universale e preparano - se non altro - il patrimonio dell'esperienza che sar giovevole ai successori, e l'errore di coloro che per non sbagliare s'immobilizzano e si riducono a subire tutto quello che di bene e di male manipolano gli elementi attivi, per la gente di buona volont, attiva e capace, la scelta non pu essere dubbia.

6.
Ma noi siamo dei sentimentali.
La realt pratica della vita di tutt'i giorni ci lascia indifferenti, quasi sdegnosi; il lavoro minuto, terra a terra, fatto di praticit, di relativit, parlandone, dichiariamo che ci ripugna..., quantunque poi nei fatti della vita personale, nessuno pi di noi si acconci anche ai pi incompatibili adattamenti. Noi guardiamo alla finalit integrale, all'anarchia raggiante che rivestiamo delle auree nebulosit dei nostri sogni avveniristici; che invochiamo come i mistici di duemila anni fa invocavano il salvatore, il messia; che perseguiamo navigando nel mare magno delle nostre contemplazioni, sciogliendo all'aure (spesso passabilmente fumose d'una sala d'osteria) tutti gl'inni pi lacrimosi del nostro Canzoniere dei Ribelli, come i fedeli cattolici sciolgono alla beata vergine i loro nei templi e nelle processioni; che c'immaginiamo sorgente un d - novella Venere - dalla spuma ideale delle prediche, delle discussioni e delle dipinture d'un futuro di paradiso, di cui tanto ci dilettiamo con quei risultati magnifici che ogni giorno veniam constatando...
Sfogliate la variet abbastanza ricca dei nostri periodici di propaganda; ripassate gli opuscoli in cui  condensato il patrimonio intellettuale dell'elemento anarchico d'Italia; riandate col pensiero alle innumerevoli conferenze e contradittori costituenti l'esplicazione massima e pi intensa dell'attivit di vent'anni, e dovrete convenire senz'altro che quest'asserto  vero.
Quante volate retoriche si sono fatte! Quante sdolcinature piagnucolose si sono schiccherate! Quante mistiche pappolate, quante invocazioni da isterici, quanti squarci iperbolici, e imprecazioni, e invettive, e inni, e ritornelli or furibondi e truci, ora melati e lattiginosi, ma improntata ogni cosa, sempre, a codesta prevalenza della concezione sentimentale che gli anarchici hanno della vita e dei suoi eventi! Gli stessi ragionamenti filosofici, le disamine positive dei problemi sociali, le argomentazioni scientifiche, le critiche profonde, rigorosamente logiche dei sistemi, delle istituzioni e loro derivati, tutto, tutto, anche sotto la penna suggestiva e nella parola sfolgoreggiante dei migliori (eccettuandone, forse, i pochissimi che potete contar sulle dita d'una mano) s' paludato sempre dello svolazzo aureo, roseo, attraente d'una sentimentalit che  il fondo del nostro temperamento e con la quale si pretese di conquistare il cuore e l'anima delle masse, gonfiate di commozione, e chi sa, anche della borghesia che si voleva far piangere a calde lacrime e andare in deliquio sulle stesse miserie che alla di lei crudezza d'animo venivano imputate.
Si starebbe freschi se gli antagonismi e gli aspri conflitti sociali si risolvessero con quattro singhiozzi provocati dalla sensazione emotiva delle corde sensibili titillate dalla calda parola d'un conferenziere di grido!
Eppure nostra soddisfazione e vanto  sempre stato lo spettacolo degli elementi borghesi d'una localit avara di distrazioni, che attratti dalla curiosit propria e dalla fama dell'oratore di parte anarchica, accorrevano alla conferenza e si smanacciavano ad applaudire gli sdilinquimenti letterari, le fiorite invettive, le geremiadi e le profezie a volta a volta truci ed evangeliche, minaccianti e promettitrici, sempre intensamente sentimentali, e da cui la borghesia, presa talvolta, per snobismo, da un po' di fregola sovversiva (simile in questo alla nobilt dei tempi degli enciclopedisti) si sentiva solleticata nel suo gusto estetico - se ne aveva - e punto pregiudicata nella sua azione di classe, che non pei prodigati applausi cessava dall'essere bellamente dissanguatrice delle masse operaie che producono per lei.
Questo, se pu aver fatto del bene con l'attirare della simpatia (tutt'affatto sentimentale, per) sulle nostre idee, c' da temere che per altri versi ci abbia fatto del male parecchio. Capisco,  la nostra natura che ci porta ad agire cos. Ma qualunque ne siano le cagioni, la constatazione rimane. Ed io pure rimango dell'assoluto parere che tutto quel nostro spasimare sulle ingiustizie, le miserie e le infamie della societ borghese, sui bimbi derelitti, sulle madri scheletrite, sui vecchi cenciosi; tutto quel dilettarci dei contrasti fra l'aureo palagio ed il tugurio cadente, fra i gioielli della matrona e le vergogne della prostituta, fra le dovizie dei potenti e la fame dei miseri; tutto quell'inveire contro le laidezze e i delitti del presente, e l'evocare gli splendori miti e dolci d'un avvenire di zucchero e pan burrato; tuttoci, a cui abbiamo ridotto l'immenso ed incalzante problema, pi che sociale, umano, se pu andar bene per snocciolar poesie, mal serve qual mezzo per dare agli uomini la consapevolezza e la coscienza dei loro destini, per tracciare e gettare le basi logiche, solide, positive della societ futura.
No, no; ci vuol altro che questa diarrea di misticismo per risolvere il problema! Ci sar buono per un padre trappista, che ha pur da dire qualche cosa, nel suo quaresimale, contro il lusso, le crapule, i vizi, le pene e le miserie del mondo; sar stato buono pei piagnoni del tempo di Savonarola, tuonanti contro le libidini della lupa e le corruzioni del giglio, e per gli apostoli del buon Ges Cristo che il bene della vita facevano consistere nell'austera pratica d'una virt fatta di mortificazioni e di rinunzie. Ma non per noi, che armati d'una idea che  scienza, che  logica, natura, civilt, vita, dobbiamo agir da chirurgi, rigidi e spietati, diritti ed intieri, senza preoccupazioni sentimentali da fanciulla tenera e caritatevole, senza tante svenevolezze che non concludono nulla, perch le nuove forme di vita sociale devono balzar fuori dall'indeprecabile divenire logico d'una vita materiata di fatti, e non dall'efficacia spirituale di poche mistiche esortazioni riuscenti a persuadere la gente ad esser pi buona, a lasciarsi quindi toccare dal quadro delle miserie che bisogna sopprimere, dalla fame che occorre saziare, dalle ingiustizie che  duopo riparare con la pratica dell'amore e della fratellanza.
Parole, parole, parole!
Del resto, basterebbe che la borghesia diventasse morigerata, filantropica, "onesta" nel senso corrente del termine; basterebbe ch'essa si decidesse a qualche mezza rinuncia, a qualche atto evangelico di carit, a qualche "buona azione", perch queste masse lavoratrici, cullate dai nostri sentimentali piagnistei, cadessero ancora una volta in ginocchio davanti ai loro riveriti padroni, diventati - grazie alla potenza suaditrice d'una propaganda anarchica molto sui generis - tanti angioli dalla bont sconfinata, tanti vasi d'ogni virt.
Non  forse gi cosa di tutti i giorni la constatazione di quella reverente popolarit, di quell'ammirazione strabocchevole di cui godono dovunque, presso i loro subalterni, presso i loro sfruttati, quei borghesi che hanno la mollezza d'animo o la furberia di recitare la parte dei "buoni padroni"?
La soluzione del problema umano non ha nulla da vedere col sentimento. La virt che porta a rinunzie per giovare ad altri, pu essere praticabile in tutti i sistemi; anche nei pi vessatorii. Ma il nodo della questione che devono posare gli anarchici, non  nel sapere se gli uomini sono cattivi, nel sostenere se debbono diventar buoni. Non importa dimostrare che i potenti fanno male a godere a danno degli oppressi. Siano o non siano colpevoli, i borghesi, di quello che chiamiamo le brutture, i malanni, le ingiustizie sociali, un predicozzo sentimentale non muta la sostanza della cosa; e la societ umana non si trasforma perch dette ingiustizie siano state riconosciute, ma perch esigenze, bisogni nuovi di ogni fatta esigono che tale trasformazione avvenga. Tutto quello che accade nel mondo,  la conseguenza di quanto esiste; siano pur buoni gli uomini, diventino, personalmente, ottimi; ma se il sistema non muta pel mutarsi delle condizioni sociali, esso, per l'essenza stessa del suo funzionamento, rimane invariato; e le nostre lacrimuccie da bimbo impietosito sulla sorte d'un passero schiacciato dal piede di persona sbadata, non risolveranno un bel nulla. Si pu ammirare fin che si vuole la sconfinata bont d'animo di chi non vorrebbe pi che i gatti divorassero i sorci, ma subito dopo, se avviene che in cantina si rinvenga rosicchiato un prosciutto, vi si rinchiude senza indugio il micio di casa....
La societ anarchica non ha da venire edificata sulle concezioni religiose del bene e del male. Essa ha da essere la risultante di condizioni in cui ognuno trovi il proprio interesse nel favorire l'altrui; ha da essere il sistema nel quale non vi sia pi bisogno che qualcuno - classe o individuo - rimanga in condizioni d'inferiorit, in abbrutimento, in soggezione, in miseria, in pena, per consentire ad altri di godere.
Ma questo non ha nulla da vedere col sentimento, e tanto meno con quella sua manifestazione morbosa che  il sentimentalismo.
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*   *
Ora non venga, qualche contradittore superficiale, a obiettare che contro l'affermazione in merito al sentimentalismo degli anarchici sta la predicazione della violenza contenuta nei caposaldi della loro tattica che vuol essere preparatrice dell'azione rivoluzionaria e stanno quegli episodii terrificanti di violenza individuale, noti sotto la qualifica di attentati politici, con relative istigazioni e apologie che se ne fanno.
I pi fanatici rivoluzionarii sono sempre stati dei sentimentali. Cromwell, Robespierre, Marat, i patrioti italiani, i nichilisti russi, furono forse altra cosa? E non pu essere diversamente, quando alla rivoluzione si attribuisce una virt intrinseca di trasformazione, di purificazione, quando le si d un valore di creazione d'una ra di felicit, anzich considerarla un fenomeno relativo a determinate esigenze politiche o sociali, un effetto, un mezzo che pu essere doloroso, ma che si rende inevitabile, data la necessit di abbattere i baluardi d'un passato, per aprire il varco all'affermazione di nuove condizioni di vita.
E gli anarchici hanno appunto anch'essi questo concetto della rivoluzione.
 lo stesso concetto sentimentale che li spinge in Grecia a far le schioppettate "per la libert dell'Ellade, contro la tirannide turca"; che fa sognar loro una spedizione in Albania "per lottare a pro dell'indipendenza degli oppressi dal giogo ottomano"...  il vecchio motivo che ha mosso ognora tanti generosi, in nome d'un sentimento, l dove non vi sono che interessi e bisogni - e non sempre a tendenza anarchica....
Ma la constatazione di ci,  stata gi sfiorata in qualcuno dei capitoli precedenti; probabilmente vi si dovr accennare ancora. Non  quindi il caso d'intrattenervisi qui.
Qui, piuttosto, sar opportuno indugiarsi alquanto nell'altra obiezione, quella cio relativa agli attentati politici, ed anche alla predicazione e apologia che gli anarchici ne fanno.
Esprimer, a questo proposito, un'opinione tutta personale, che sapr magari di paradosso. Bisogna nondimeno ch'io la esponga; la qual cosa far con tranquilla sicurezza che se qualcuno vorr considerarla un po' fuor della stregua dei soliti luoghi comuni, molto probabilmente finir col dovere ammettere almeno ch'essa non  totalmente priva di valore.
Gli stessi attentati individuali, con la loro corona d'istigazioni e d'esaltazioni verbali e scritte, quegli atti chiamati "di propaganda col fatto", e miranti, con la bomba, la rivoltella ed il pugnale, a colpire la societ borghese nella persona d'un capo di Stato, o d'un ministro o di qualsiasi altro suo funzionario eccelso o pezzo grosso qualunque, od anche la folla degli sfruttatori, dei gaudenti e perfin soltanto delle pecore; quelle esplosioni di collera individuale che la piatta mentalit corrente, in una manifestazione d'orrore cretino per tutto quello che  violenza non ammessa dal codice e non santificata dalla morale e dai costumi qualifica con gli epiteti insulsi di azioni barbare, selvaggie, nefande; quelle soppressioni violente d'uno o pi potenti o comunque privilegiati, che gli anarchici esaltano come l'affermazione superba d'una individualit vendicatrice sintetizzante nell'atto personale di rivolta cruenta tutte le ribellioni istintive e compresse delle masse sofferenti, non sono altro che uno degl'indici del sentimentalismo che si sprigiona dall'ipersensibilit della natura di quanti nella epoca nostra camminano verso l'avvenire sotto le fiammeggianti bandiere dell'anarchia.
S, codesti atti considerati selvaggi sono manifestazioni di sentimentalismo; e, compiuti con quegl'intendimenti sentimentali che li caratterizzano, lo sono anche di semplicismo. Codesti anarchici che colpiscono e quegli altri tutti che applaudono in un delirio d'esultanza ad ogni attentato o suo anniversario, e che la gente ben pensante chiama bestie feroci, sono degl'ipersentimentali; il loro temperamento  ancora quello dei fanciulli. Pallas, Vaillant, Caserio, Angiolillo, Bresci; perfino Ravachol, le cui azioni rassomigliano tanto a quelle d'un mostruoso assassino qualunque; lo stesso Luccheni, dal cui gelido colpo di lima si sprigiona tanta apparenza di brutalit cieca ed incosciente; Henry medesimo, che con una logica terribile, una logica diretta e fredda come una lama d'acciaio ha saputo spiegare e giustificare la pretesa incomprensibilit del suo atto mirante ad una strage di gaudenti piccolo-borghesi; tutti, tutti senza distinzione sono stati trascinati ad agire da quel tumulto d'impressioni sentimentali che s'agitano purtroppo pressoch sole nell'anima degli anarchici... Purtroppo, perch li porta a staccarsi dalla visione vera della vita, dalla comprensione reale della lotta; a muoversi in una convulsione di atti slegati, sporadici, talvolta fuori di tempo e di opportunit; a sognare, sognare un paradiso che non verr mai; ad agire quasi sempre con risultati di dubbia efficacia reale; a compiere, s, magari, la bellezza magnifica ed ammonitrice di un gesto che per raramente sar proficuo; a sciupare, in una parola, ogni frutto dei loro sacrifizi.
Santo sentimentalismo - osserver taluno - quello che d simili risultati!
Ebbene, no. Senza che torni qui il caso di approfondire una discussione in merito, poich un'opera di rilievi  la presente, anzich di discussioni, si potr bene osservare che un atto, il quale sia l'espansione d'un agitarsi tumultuoso di sentimentalismi, raramente - e per incidenza - pu rispondere alle esigenze reali delle situazioni; quindi, pur appagando le soddisfazioni dei sentimentali che lo compiono e dei sentimentali che, deliranti, ne apprendono dai giornali i particolari e lo ammirano e lo esaltano, pu anche diventare dannoso nelle conseguenze.
L'atto individuale, per rendersi veramente utile, ha da essere il risultato logico d'un calcolo freddo e tranquillo, il quale solo pu portare a tempo debito e opportuno al compimento dell'atto medesimo, dopo che siasi convenientemente pesato il pro ed il contro sulla bilancia delle conseguenze. Compiuto come un'azione sentimentale da "punitori della malvagit borghese", da "vendicatori delle miserie proletarie", non ha valore come efficacia reale nella determinazione di nuove condizioni nella vita sociale. E se - per incidenza - ne viene ad avere, non  gi nel senso che si attendono gli esecutori ed i loro apologisti, i quali dal terrore che suscita il prodursi degli attentati sperano, indovinate mo'!?... un ravvedimento nei nemici del proletariato!
Perch, infatti, hanno agito codesti "propagandisti del fatto", o, per essere pi esatti, qual' la spiegazione ch'essi hanno dato del loro atto? La ragione vera, precisa, positiva; quella che - dal punto di vista davvero interessante, che  quello delle esigenze del conflitto sociale sul cui campo stanno schierate le varie parti in lotta, che  logico che ricorrano ad ogni mezzo da esse ritenuto opportuno e utile a proprio pro - dovrebbe essere la giustificazione unica degli attentati politici, nessuno dei loro autori l'ha fornita mai; e nemmeno i loro apologisti. Hanno sempre dichiarato, tutti, d'aver agito, o per punire un generale delle sevizie fatte commettere a danno di miseri soldati; o per vendicare i ribelli massacrati per le vie o torturati orrendamente in prigione; o per protestare contro le esecuzioni d'anarchici spietatamente privati della grazia presidenziale; o per dare una lezione, che sia in pari tempo ammonimento, ai deputati che legiferano, ai magistrati che condannano; o per farsi vindici, sulla persona di gaudenti o presunti tali, delle miserie e dei patimenti a cui son dannate le masse dei lavoratori....
Molti, poi, inoltre, hanno agito nella mal celata lusinga della loro mente incapace ad afferrare la complessit del problema umano, che l'atto compiuto riescisse a scuotere e sollevare le masse nel nome delle cui rivendicazioni si compiva, ad essere la determinante dell'auspicata rivoluzione sociale.
Bresci stesso (cito lui partitamente a preferenza d'ogni altro, perch l'atto suo  stato finora il solo che sia assurto ad un significato d'importanza storica considerevole, per avere affrettato, provocandolo, il punto di distacco fra due diversi indirizzi di governo nella politica d'Italia); Bresci stesso non ha mai compreso, n durante la preparazione del suo atto, n - presumibilmente - dopo l'esecuzione, ch'esso equivaleva a forse mezzo secolo di storia d'Italia. N durante la preparazione, perch nel suo sentimentalismo egli intendeva unicamente d'erigersi a vendicatore dei morti d'Adua e delle loro madri, dei massacrati del '94 e del '98, colmando col suo colpo di rivoltella il dislivello tra la profondit dei lutti reali e sentiti d'un popolo, e la superficialit di quello simulato d'una classe, piangente lacrime di prefica sul cadavere d'un suo sovrano; e nel suo semplicismo accarezzava forse l'idea d'essere lui, con l'atto regicida, il nume scatenatore della tempesta rivoluzionaria. N dopo l'esecuzione, perch l'ignavia del popolo, survissuta al di lui atto, e la frustrata lusinga furono, probabilmente, fonte per lui di delusione amarissima, di rimpianto pel sacrifizio - creduto vano - delle belle energie della sua tempra di lottatore, della cara libert che gli sorrideva per un altrettanto periodo di quella vita che solo avea percorsa fino a mezzo cammino....
E non s'avvidero, gli apologisti suoi, che l'atto regicida erasi risolto, nelle conseguenze palpitanti della realt, in un po' di pratica del riformismo...
Sentimentali, semplicisti e fanciulli, tutti, dunque. No!?...
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*   *
Da questo carattere intrinseco dell'elemento anarchico, scaturisce una delle ragioni - e fra le meno trascurabili - della nostra decadenza, perch esso carattere contribuisce necessariamente a portarci a quel distacco dalla massa e dai suoi movimenti che  specialit nostra e che deriva dal disprezzo nutrito per lei, a cagione di quello che chiamiamo la sua ignavia, il suo avvilimento.
Occorre dunque considerare una buona volta che l'azione violenta, collettiva o individuale, non pu essere condizione normale di lotta. Essa  fatto eccezionale, che non si pu produrre che in seguito a circostanze particolarissime e rare del movimento sociale. Preconizzata, voluta a freddo, come piatto forte da servirsi tutt'i giorni sulla mensa degli amatori d'emozioni drammatiche, perde ogni valore. La sua predicazione, la sua esaltazione diventano esercitazioni verbose e grottesche da energumeni. La violenza, per la sua qualit stessa di azione contraria allo stato normale della psiche umana e delle relazioni fra i componenti l'umana specie, richiede, per esplicarsi, l'intervento di fattori che la propaganda istigatrice assolutamente non crea: che tutt'al pi pu far esplodere quando appunto, nella folla o nell'individuo, si sono gi prodotte e fatte intense le accennate circostanze eccezionali. Forse sotto questo aspetto, essa pu avere un certo valore, quando per non se ne faccia argomento abituale di predicazione, da esercitarsi e applicarsi anche nelle contingenze pi comuni della vita quotidiana. Ma n le masse nel loro complesso, n gli uomini nella loro individualizzazione si possono iperestetizzare in uno stato continuo di lotta violenta. E non sarebbe possibile, non solo perch ci richiederebbe, oltre a situazioni eccezionali, anche uno stato di tensione psichica enorme ed uno spirito assoluto di sacrificio, tutte cose proprie soltanto di qualche periodo straordinariamente speciale; ma anche perch, contrariamente alla lusinga dei sentimentali che dagli atti di rivolta si attendono per lo meno il ravvedimento dei reprobi (sia pur suggerito dalla paura), le forze conservatrici, ad ognuno d'essi rispondono invece inferocite con altri atti di spietata repressione, i quali non tardano ad avere ragione - sopprimendoli comunque - dei ribelli di fatto, pochissimi sempre, anche quando ne esistono, perch se fosse altrimenti, non pi atti isolati si avrebbero, ma i movimenti insurrezionali, la rivoluzione.
E se questi, come nel periodo attuale, non si hanno,  precisamente perch mancano le condizioni atte a determinarli. Si ha dunque un bell'istigare alla rivolta, un bell'imprecare contro la "vilt" e l'"ignavia" delle plebi; non si conclude nulla. Tant' che coloro stessi i quali sfogano i loro sentimentalismi isterici imprecando ai vili ed agl'ignavi, ed esaltando la bellezza e l'efficacia del gesto di rivolta, si limitano (ed  da anni che lo vediamo...) alla constatazione ed alla deplorazione verbale della vigliaccheria altrui, senza neppur pensare ch'essa, se mai,  anche la propria, perch neppur essi agiscono, neppur essi si ribellano, degli altri - in caso - pi colpevoli, perch essi posseggono o pretendono possedere la coscienza e lo spirito di ribellione che agli altri manca. Con la loro propria inattivit, con la loro non ribellione, vengono essi medesimi a dimostrare che dove mancano il necessario stato psichico e certe particolari condizioni sociali, l'azione violenta non si manifesta, perch l'isterismo sentimentale non  determinante sufficiente di ribellione; tanto meno di ribellione ben conscia dello scopo a cui mira.
Fino a quando non si determina un'assoluta inadattabilit alle condizioni dell'ambiente in cui si vive (e se lo si sopporta  segno ch'esso  ancora tollerabile) l'azione violenta - collettiva con l'insurrezione, individuale con l'attentato - non  resa possibile. Noi, dunque, pur ammettendola sotto tutte le manifestazioni, come conseguenza di date circostanze e come mezzo necessario di trasformazione, dovremmo smettere di considerarla alla stregua d'un sentimentalismo che ce la dipinge come vendicatrice e giustiziera, perch tale errata concezione della sua portata potrebbe condurre a farla deviare dai suoi scopi reali.

7.
Disgraziatamente, l'elemento che fin dai primi tempi s' venuto raccogliendo negli aggruppamenti staccatisi dal resto della corrente sovversiva per muoversi con dottrine e metodi proprii, non ha saputo o potuto mantenere i suoi concetti e le azioni sue in una direttiva equilibrata, fuori dei dottrinarismi rigidi e degli atteggiamenti tattici che per volere essere assolutistici, fra errori e falsificazioni d'ogni maniera non tardarono a staccarlo dalle realt tangibili della vita e del movimento che avrebbe dovuto diventare il suo vero campo d'azione, e ad incanalarlo in quella farraggine d'esagerazioni, degenerazioni e pervertimenti che ne hanno caratterizzato le opere e le idee, riducendolo allo stato attuale di decadenza, da noialtri tutti oramai lamentato, ma erroneamente attribuito a cause esteriori che si produssero invece come conseguenza inevitabile dei nostri sbagli madornali e della nostra pochezza come uomini di criterio e di azione.
Allorch le idee anarchiche presero diffusione da noi, caddero (come gi s' osservato) in un terreno incolto, in cervelli di uomini dall'istruzione appena rudimentale, assolutamente digiuni di problemi sociali, oppressi da una coercizione politica e immiseriti da un sistema di dissanguamento economico che li rendevano desiderosi di mutare stato, e gonfiavano in pari tempo il cuor loro di tutti i rancori, di tutti gli odii che avrebbero voluto trovare sfogo nella ribellione violenta contro istituzioni e uomini del mondo privilegiato. A esseri simili, le idee dell'anarchia, che, con la loro sintesi teorica ridotta all'espressione pi elementare, preannunziavano sicuro l'avvento prossimo d'una societ di liberi e di eguali, di uomini resi solidali e fratelli in virt dell'affermazione d'un sentimento d'amore universale, non potevano non apparire come la promessa di un paradiso facilmente raggiungibile, il termine delle loro sofferenze, la mta sospirata delle loro aspirazioni. Troppo seducenti erano le profetizzate bellezze dell'anarchia e le tristizie della realt presente, perch vi fosse esitazione possibile. Frustrata, con le bassezze, le oppressioni, gli sfruttamenti della terza Italia, la speranza di raggiungere la felicit liberando la patria dallo straniero, bisognava pur rifugiarsi in una nuova speranza! Era il vecchio spirito religioso che si manifestava; lo spirito religioso che spalanca un paradiso in capo ad ogni credenza, e spinge a cambiar fede coloro che - disillusi - nella precedente non credono pi.
I neofiti si presunsero tocchi dalla grazia di una sapienza sbocciata in loro, grazie all'indigestione di qualche articolo di giornale che in men d'una colonna risolveva la questione sociale; e, simili ai discepoli di Cristo i quali nel giorno della Pentecoste, da ignoranti che erano, si sentirono fatti capaci di propagare il verbo del Maestro, anch'essi si diedero a parlare di tutto... Astraendo dall'aggrovigliato complesso dei fattori millenarii che sono venuti plasmando la struttura sociale cos com' oggi e che rendono tanto difficili le ricerche sociologiche agli stessi studiosi, essi scambiarono quello che era interpretazione presumibile d'una tendenza, per un tutto organico prestabilito gi in ogni sua parte pel preciso funzionamento della societ futura: la societ anarchica. Si diedero quindi a predicare le dottrine abbracciate, delineandole nei due concetti fondamentali, comunismo e anarchia, che spiegavano come un tecnico spiegherebbe le parti e il funzionamento d'una locomotiva, e fissando talora financo in cifre il breve periodo d'anni che - secondo essi - separava l'umanit dallo scoppio della rivoluzione sociale.
E questa singolare propaganda si faceva, non gi in base ad un criterio iniziale di buon senso (che allora, almeno, anche se povera di substrato scientifico, sarebbe venuta ad essere alquanto diversa nei risultati, o per lo meno a far tosto comprendere agli stessi propagandisti la necessit di mutar rotta), ma a traverso a preconcetti di odio e di vendetta, quasi che il bene e il male delle societ umane dipendano dalla bont e dalla malvagit specifiche dei loro componenti. E anche in ci, si rivelava lo spirito religioso influenzante il nuovo movimento - fosse pure con forme opposte alle antiche e con delle conclusioni insurrezionistiche - con le sue divisioni degli uomini in reprobi ed in eletti, a seconda della dottrina in cui credono e della chiesa alla quale appartengono.
Appariranno ingiusti, od anche solo esagerati, a taluno, codesti severi giudizi? Esaminiamo allora - al lume delle nostre passate ed anche presenti predicazioni - quelli che dalla generalit dell'elemento anarchico sono sempre stati considerati, i caposaldi, tanto delle sue concezioni ideali, quanto degli atteggiamenti pratici da adottare per imbevere le masse delle idee della anarchia e indirizzarle nella direttiva dell'azione considerata coerente alle idee medesime e spianatrice della via per giungere alla loro realizzazione.
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In economia, dunque, noi ci professammo comunisti; in politica, anarchici. Queste, almeno, sono state le definizioni con le quali abbiamo fissata la formola capitale del nostro credo, per bene stabilire che noi miriamo alla realizzazione d'una forma di societ, cui base di funzionamento sia per tutti il soddisfacimento integrale d'ogni bisogno, fuor di qualsiasi coercizione tiranna e largizione benevola di gente che domina.
Il comunismo-anarchico: ecco il punto di partenza del movimento nostro, l'idealit che gli ha dato la spinta.
Ebbene, sin qui non vi sarebbe motivo di disaccordo, e mancherebbero ragioni di critica, se con tali termini, comunismo e anarchia, e col contenuto teorico loro attribuito, si fosse trattato di fissare una specie di norma ideale che adeguatamente alle attuali nostre cognizioni in materia, avesse una relazione generica con la tendenza che noi riteniamo seguita dalla societ umana nel suo moto incessante che la porta verso stadii sempre pi elevati di civilt; e tanto meno disaccordo e critica avrebbero da esserci, per quello che si riferisce a vent'anni fa, perch allora pi d'adesso, nel primo affermarsi completamente a s dell'elemento deliberatamente anarchico, si rendeva pi che mai indispensabile di bene stabilire - fosse pure con dei termini perentori e riassuntivi sino all'aforisma - le basi ideali della dottrina e del programma d'azione a cui le nostre convinzioni e vedute ci portavano ad ispirarci. E se il contenuto teorico di detti termini o i postulati diversi che ne derivarono si fossero sempre ben dichiarati come indirizzo astratto, come programma generale e generico necessario solo per stabilire l'indispensabile differenziazione nostra dalle correnti e dai partiti cosidetti affini, e come interpretazione tutt'affatto dottrinaria e relativa della tendenza che noi consideriamo fatale ispiratrice dello svolgersi e del succedersi degli organismi sociali al cui affrettamento s'ha da contribuire con tutto un lavoro di propaganda fatto di cultura e di educazione, nonch con un'azione pratica sensata ed equilibrata che sappia tener calcolo e trar partito di tutti i molteplici e contrastanti fenomeni ed avvenimenti della vita sociale,  molto probabile che alle presenti critiche sarebbe venuta meno ogni ispirazione.
Invece no. Invece codesto contenuto teorico dei termini comunismo e anarchia venne preso alla lettera. Si parl di fare l'anarchia, di vivere in anarchia, di quando saremo in anarchia, come se si fosse trattato d'un istituto da fabbricarsi coi mattoni d'un po' di propaganda verbale e scritta, o d'un luogo gi esistente, solo in aspettativa che l'andassimo a popolare non appena la rivoluzione sociale ce ne avesse spalancate le porte.... L'attuale societ, ci dipingemmo come un'accolta di gente divisa in due parti nettamente distinte, dall'una delle quali stanno gementi i poveri, maltrattati, sfruttati ed oppressi, con l'anima per piena di coscienza, di bont e di tante altre sublimi doti, decisive per una possibile fraterna vita avvenire tutta amore, e pronti a insorgere per realizzarla d'un sol fiato, non appena gli splendori delle verit da noi enunciate abbiano fatto sprigionare dai loro animi la scintilla elettrica d'una volont irresistibile; e dall'altra gavazzano i ricchi, sfruttatori ed oppressori per intrinseca malvagit d'animo, artefici scienti e feroci del presente squilibrio sociale e delle sue ingiustizie. La sua caduta, ci rappresentammo conseguente ad un periodo di nostra intensa predicazione che "convincendo" le masse lavoratrici avrebbe ben presto ragione dei dominatori dell'oggi e indubbiamente anche dei "politicanti rossi, turlupinatori del proletariato che essi con le loro trappolerie d'organizzazione economica mirano ad addormentare per beccarsi stipendi oggi e diventare i borghesi di domani". Il comunismo-anarchico, grazie all'atto rivoluzionario provocato, creato anzi, dal nostro apostolato, sarebbe il premio ai sacrifici dei militanti e alla fede e risorta coscienza dei popoli, e sorgerebbe per giunta con tutta tranquillit e pienezza, e funzionerebbe come uno strumento di precisione, pel fatto che noi l'avevamo preconizzato e spiegato in tutte le sue minute particolarit durante un certo periodo di anni e fatto trionfare mediante qualche atto individuale e insurrezionale, tradottisi finalmente in una rivoluzione purificatrice.
Troppo semplice e facile, per noi, una trasformazione cos profonda che deve fare i suoi conti con tutto un cumulo di ragioni psichiche, etniche, storiche, sociali, determinanti condizioni di vita che si riverbereranno ancora nei secoli, a traverso a chiss quanti trapassi e stadii evolutivi ripetitori su per gi del presente, avanti che la tendenza anarchica, sboccando nelle possibilit reali preparate da una lunga evoluzione, si trovi interpretata dai fatti, messa quindi in pratica in forme d'organizzazione sociale che sar grazia se verranno ad accostarsi alle linee generali che oggi noi ci ostiniamo a voler rendere ipotecatrici del futuro, abbozzando forme cervellotiche alle quali diamo pomposamente il nome di regime anarchico!
Ed  con questo bagaglio teorico-pratico, che ci presentammo alla ribalta del movimento sociale!

8.
Una cosiffatta interpretazione dell'anarchismo, non poteva fare a meno di dare analoghi frutti. I nostri catecumeni, i quali a ragione s'immaginavano che noi avessimo l'anarchia in tasca, ne volevano essere minutamente edotti; volevano sapere com'era fatto il comunismo, come sarebbe venuto, come avrebbe funzionato. I contradittori andavano a gara nell'imbarazzarci con le loro obiezioni...; e noi, appunto per avere avuta la pretesa d'avere scoperta la nuova societ gi bell'e pronta, dovevamo sforzarci a rispondere a tutti, e procurare d'apparire esaurienti, pena una disillusione nei proseliti, e una menomazione dei principii.
Non pi organizzazione sociale fissa; non pi forme n funzioni stabili; ogni cosa affidata alla spontaneit assoluta dei singoli. Appena trionfata la rivoluzione sociale, noi ci opporremo a qualsiasi tentativo di ricostruzione di forme organizzate di funzionamento della nuova societ; ognuno, con slancio tutto spontaneo, dar mano agli strumenti di lavoro, e costituendo dei gruppi amorfi di produzione, sempre variabili a seconda dei gusti, vocazioni, attitudini e capacit dei momentanei componenti, si metter a produrre l'occorrente all'esistenza di tutti. Nessun pericolo di pletora o di penuria, perch le esigenze del consumo faranno provvedere man mano al necessario equilibrio. Mancheranno le stoffe? Ed ecco i pannifici produrne a iosa con le lor macchine potenti. Scarseggier il frumento? Un marconigramma ai centri produttori, e il grano giunger a vagoni, se pur dirigibili e aereoplani non saranno ancora mezzi pratici di trasporto. Occorrono abitazioni? Muratori avanti, coi vostri poderosi strumenti di recentissima invenzione che faranno sorger palazzi in un batter d'occhio! Vi sar, in certi momenti, poco latte, poco burro, poco vin generoso? Si servano prima i malati, i deboli, i vecchi, i bambini! Nessun pericolo, neppure, d'aver dei fannulloni tra i piedi, intenzionati di vivere alle spalle della comunit, perch il lavoro sar diventato ad un tratto gradevole e sollazzevole, compiuto cos liberamente e in ottime condizioni igieniche, per qualche ora soltanto della giornata, o per qualche giornata nel mese, a volont. Si trover sempre della gente disposta a compiere gli eventuali pochi lavori ingrati, o si compiranno per turno, od anche mediante macchine tosto inventate all'uopo. Le merci prodotte, si porteranno ai magazzini della comunit, dove ognuno attinger poi secondo le proprie occorrenze. Sperpero non vi sar da temerne, perch nessuno avrebbe interesse a prendere pi del bisogno, e il lavoro di tutti manterr sempre rigurgitanti i magazzini. Un vero paese della cuccagna, la perfetta fratellanza stessa fatta persona! E chi davanti a tale spettacolo - non dico dei borghesi, che forse pochi ne saranno sfuggiti alla giustizia della ghigliottina livellatrice - chi degli elementi degenerati che durante il regime borghese avevano vissuto di furto, truffa e rapina; che avevano dato sfogo ai loro istinti sanguinari o comunque commesso atti antisociali, non si sentir tocco dalle bellezze fulgide del comunismo anarchico, s da diventar d'un tratto un uomo come tutti gli altri, attivo, socievole, mansueto, solidale? Chi si lascier ancora vincere la mano dalle passioni, trascinare al delitto quando l'interesse feroce che spinge all'ira, all'odio, alla vendetta non esister pi, quando perfin le passioni affettive e sensuali troveranno acquetamento e sfogo nella pratica del libero amore? E se anche - casi improbabili - perdurasse ancora qualche causa perturbatrice dell'assoluta armonia sociale, non sar meglio sopportarla invece di ricorrere ai metodi autoritari fatti di norme, deliberazioni, provvedimenti miranti a reprimerla attendendo che la selezione naturale faccia scomparire i rimasugli del passato!? Sparita la causa, non spariscono forse gli effetti? Ebbene, essendo distrutta, col comunismo anarchico, precisamente la causa generatrice dei malanni sociali - propriet privata e autorit - tutti gli effetti che ne derivano, dovranno necessariamente sparire.
Sta bene; eppure io, un giorno che mi sono scottato, ho spento, s, subito il fuoco che mi ardeva; ma scottatura e brucior suo son durati ancora un pezzo... E mi son dovuto curare.
Ebbene, lo credereste?... malgrado il semplicismo addirittura bambinesco di codeste spiegazioni che per vent'anni han dilagato in opuscoli e giornali, rintronato sulle piazze, nelle sale di societ e in cameroni di bettola fra un fervor di polemiche e un tumulto di discussioni in cui ogni convinto comunista anarchico voleva dire la sua - e sempre pi grossa!... -; malgrado che io qui, ora, mi faccia alquanto beffe di codesta strabiliante concezione del comunismo, continuo a sentirmi comunista nel profondo delle mie convinzioni. E se critico e beffeggio,  precisamente perch vorrei che il concetto d'organizzazione sociale comunista ch'io ritengo che l'umanit nella sua evoluzione (se non interverranno cause esteriori a mutarne il corso) incontrer fatalmente un giorno lungo la traiettoria dell'incessante suo progredire, sfrondato di tutte le sue puerilit e aberrazioni, venisse finalmente compreso e propagato come tendenza generica a cui s'informa appunto l'evoluzione sociale e al cui sviluppo sempre pi rapido e diretto noi dobbiamo cooperare, e non ridicolmente come un tutto prestabilito fin d'ora e da farsi trionfare in un sol pezzo dall'oggi al domani per virt intrinseca della volont di chi si fa manipolatore delle forme sociali avvenire.
Certo, in quello che s' venuto predicando come quintessenza del comunismo-anarchico, havvi un fondo considerevole di realt positiva. La societ umana cammina infallibilmente verso quelle forme di funzionamento sociale che il comunismo-anarchico considera ed espone; nell'infantilit delle formole da noi concretate e delle spiegazioni fornite, si contiene senza dubbio un fondamento di vero. Ma noi abbiamo avuto il torto massimo di voler troppo precisare, tutto definire. L'entusiasmo eccessivo ci ha dato le traveggole; la fretta e la deficiente preparazione intellettuale ci hanno spinti a fare della nostra dottrina un tutto organico gi fin da oggi maturo nell'anima e nella coscienza degli sfruttati dal capitalismo, pronto a funzionare secondo la nostra volont e mediante forme prive di organizzazione, ispirate ad una spontaneit assoluta, immancabilmente perfette; e ci hanno fatto dimenticare tutto quello che  la realt molto cruda, tangibile della vita sociale e del suo funzionamento, con tutti i loro fenomeni, influenze d'ogni natura, fatti, eventi, circostanze confuse, molteplici, infinite a traverso a cui essa vita  costretta a svolgersi e che forzatamente deve subire.
Altro che venire ad un comunismo-anarchico di maniera, in virt della spiegazione d'una nomenclatura che si pretende contenga tutto il futuro e d'uno sforzo che debba portare una generazione sola ad assistere al ciclo completo: propaganda, trasformazione e realizzazione!
Sarebbe questo davvero un miracolo che solo potrebbe operare un dio.
Ma il tempo degli iddii  fortunatamente passato.
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Noi abbiamo semplicemente capovolto i termini della questione. In luogo di concepire il comunismo-anarchico come una forma presumibile di vivere sociale che potr essere una fase lontana - e molto relativa in fatto di attuazione - nel susseguirsi delle relazioni dell'umana collettivit e risultante graduale di tutta una serie di fasi evolutive a traverso le quali si verranno determinando le condizioni psichiche, mentali e sociali (sulle quali fasi appunto deve premere l'opera nostra consapevole in qualit di fattore di propulsione) che condurranno alla sua attuazione e regolare funzionamento - mica, neppur esso, perfetto ed immutabile, veh!... - nel nostro ardore di neofiti dalla fede immensa ma dalla cultura limitatissima, l'abbiamo concepito un che di concreto e di stabile, attuabile subito, quale punto immediato di partenza delle fasi evolutive che, al contrario, per renderlo funzionante ne devono precedere l'attuazione.
La forma di predicazione a noi tanto cara, in principio pot avere un certo successo. La massa dei maltrattati dalla sorte  pur sempre imbevuta di spirito messianico, che la induce ad attendere dal di fuor di s stessa la propria redenzione, e a fanatizzarsi quindi di quegli allettamenti d'una felicit da conseguirsi senza fatica. Non era un poco questa la condizione della propaganda anarchica, consigliante l'astensione da tutto l'arduo lavoro che incombe ai partecipi del quotidiano movimento proletario, e l'attesa della rivoluzione sociale, incaricata di risolvere in blocco e d'un sol colpo il problema dell'umana emancipazione?
Uomini di valore - gi s' rilevato - pieni di fede e d'entusiasmo, erano con noi, in prima fila; un sentimentalismo spinto talvolta fino all'iperbole, traboccava dalle nostre predicazioni, aleggiava sui nostri ambienti, seducendo le anime semplici che nelle circostanze normali della vita borghese sarebbero fior di filantropi, caritatevoli ed altruisti; la stupidit dei governanti che ci perseguitavano ferocemente in luogo di avere l'abilit di lasciarci smarrire nel sogno innocuo d'una societ ideale ed esaurire in deprecazioni catastrofiche che non c'era pericolo che riuscissero a sabotare l'ingranaggio del meccanismo capitalistico con una rivoluzione la quale non sar certamente provocata da prediche sentimentali, per quanto virulenti nella forma, ci creava attorno un'aureola d'ammirazione e di simpatia; l'ambiente d'allora medesimo era pi adatto d'adesso a lasciarsi trastullare con delle costruzioni artificiali di societ future che ognuno amava rappresentarsi un po' secondo la propria fantasia. Nulla eravi ancora, nel movimento sociale, di fissato; programmi e metodi d'azione erano appena in elaborazione; i successivi indirizzi tattici non s'erano ancora delineati; i partiti sovversivi si trovavano appena in via di formazione, nello stadio di ricerca della dottrina informatrice della loro azione. Era quindi l'epoca del dibattito d'idee, l'et d'oro delle teorie, la stagione dei catechisti. Nel campo astratto della dottrina, essendo la nostra la pi seducente, la fortuna arrideva a noi.
Ma quando, col delinearsi sempre pi pratico e concreto del movimento proletario, ognuno venne assumendo posizione di battaglia nel campo dell'azione fattiva scendendo gi man mano dai cieli delle futuristiche speculazioni astratte, gli anarchici non tardarono a trovarsi ridotti pressoch privi di seguito, poco o punto considerati, mal visti soventi, privati quasi ovunque d'un campo d'attivit conclusiva, distanziati sempre da tutti in quello che era il lavoro pratico, relativo alle esigenze impellenti e alle condizioni reali della vita dell'oggi. I vecchi elementi capaci, quali annichiliti dalle disillusioni e quali travolti dall'irrompere di astruserie ch'erano del resto la conseguenza logica e diretta delle antecedenti premesse dottrinarie e sedicenti pratiche, avevano abbandonato ad uno ad uno le redini del nostro movimento per appartarsi in un melanconico disinteressamento da ogni cosa; i gregari, stanchi di sentir invocare la dea rivoluzione che non si decideva ad apparire, non tardarono a ricredersi delle verit abbracciate fervorosamente in precedenza, per tirarsi in disparte dubitosi di tutto, o unirsi alle correnti esercitanti un'azione pratica pi immediata; uomini nuovi, forniti di vero ingegno, a noi non ne venivano pi, perch l'epoca, dai caratteri fin troppo positivi, non era fatta per produrre idealisti, e gli spiriti pratici, se anche fossero stati cos disinteressati da sentirsi presi da una simpatia per le nostre idee traducibile in un gesto da militante, non potevano certo venire allettati a schierarsi con un elemento che andava prendendo atteggiamenti sempre pi sgangherati e ingolfandosi irrimediabilmente nelle contemplazioni inconcludenti d'un futuro di princisbecco; pochini, degli stessi modesti, buoni come semplici gregari, appartenenti alla nuova generazione, si vennero lasciando incantare dalla sirena della anarchia, s che quando noi, dei vecchi rimasti, interrompendo il giro delle conferenze diventate ripetizioni stantie, le dispute dottrinarie e il ritornello delle canzoni in cui esalavamo le nostre ire ed entusiasmi di ribelli ci guardammo trasognati attorno, alla vista dello spettacolo che offriva il nostro isolamento, incominciammo a ragionare di decadenza e a discutere di crisi.
E se molte ostilit ed antipatie a nostro riguardo si sono venute in questi anni recenti smussando; se qualche po' di ravvicinamento della massa a noi s' qua e l verificato, ci non si deve attribuire all'influenza degli anarchici presi come collettivit, ma bens alla considerazione di cui godono come individui e al prestigio personale di quei pochi compagni (e precisamente di quelli che la collettivit  venuta ponendo in una specie di quarantena, come sospetti di contagio "riformista") i quali, malgrado le diatribe e gli attacchi dei... buddisti, hanno saputo assumere e mantenere un atteggiamento equilibrato ed alle loro idee proficuo nella corrente tumultuosa e vastissima del movimento proletario. Serbando, s, fede ai loro concetti dottrinari che nella sostanza non hanno cambiato; ispirandosi ad essi come a guida ideale, codesti pochi - anzi, pochissimi - hanno tentato da s (visto che la massa dei compagni non li avrebbe a nessun costo seguiti) l'inizio d'un lavoro pratico, fuor d'ogni pretesa di etichettare con formole e qualifiche il fatal divenire dell'evoluzione umana, sulla quale anch'essi nel limite delle presenti possibilit, intendono premere con tutte le loro forze per renderne pi rapido il cammino.
Ma fuor di questi episodi dell'opera nostra, che non dipendono dall'atteggiamento ufficiale dei nostri elementi - anzi il pi delle volte in suo contrasto -  giuocoforza riconoscere che l'azione teorica e pratica esercitata nei decorsi vent'anni dagli anarchici, ha completamente fallito allo scopo.
Ha fallito allo scopo, tanto per quello che i suoi assertori volevano essere, quanto per quello che dovevano fare. Volevano essere il manipolo di ribelli, fieri e risoluti, votati ad ogni sacrificio, vindici di tutte le bassezze e di tutte le sozzurre dell'ra borghese, manipolo di giustizieri e di martiri, sacerdoti di un ideale, apostoli di una fede; avrebbero almeno, cos, se non atti all'opra minuta della guerriglia abile ed astuta di tutti i giorni, legato il ricordo del loro periodo alla storia della civilt borghese, fosse pure in pagine grondanti di sangue, in episodii di gesta terribili che i posteri, lungi dal rammentar con esecrazione, evocato avrebbero come esempio di gente offertasi in olocausto per sintetizzare in atti vendicatori le collere ululanti ma impotenti ancora delle plebi angariate che li avevano a pionieri...; ma non furono che rivoltosi della parola, grafomani imbelli, predicatori del sacrificio altrui, presuntuosi e inetti, dei quali la storia si occuper soltanto come d'un fenomeno di squilibrio mentale, come d'una escrescenza sentimentale del regime capitalistico. Volevano essere i provocatori della rivoluzione sociale a breve scadenza, i precursori dell'ra nuova, i costruttori della societ anarchica sbocciante sulle rovine del mondo borghese; ma le ineluttabilit incombenti del movimento e della vita sono venute a dimostrare coi fatti che le trasformazioni sociali non si fondano sopra un desiderio, non si plasmano su di un sogno. Dovevano, nell'impossibilit fatale di essere quello che la volont lor suggeriva, fare almeno ci che veniva consentito dalle condizioni dell'epoca; ma anche in quest'atteggiamento pi modesto, la loro irreducibilit (tutta platonica, per) al relativismo che domina e s'impone, li ha trascinati per vie traverse, s che anche sotto questo aspetto, l'azione loro ha parimenti fallito allo scopo.
Ha fallito allo scopo, perch non ha formato degli "anarchici", degl'individui, cio, dalla mentalit e dai modi di vivere e d'agire che li rendano diversi dal resto della massa inconscia, attaccata ai pregiudizi e agli egoismi dell'ambiente; che li facciano essere il fermento fecondatore dei germi della societ anarchica, gli elementi preparatori dell'ambiente nuovo destinato a determinarne la realizzazione.
Ha fallito allo scopo, perch non ha creato un movimento anarchico vero e proprio, un movimento ispiratore e guida di quell'altro pi vasto che  il movimento proletario, e nemmeno ha avvicinato alla possibilit di crearlo in seguito.
Ha fallito allo scopo, perch, in brevi termini, non ha saputo n potuto nulla imporre di quello che voleva essere la sua caratteristica, nulla determinare che rechi un'impronta sua propria, od anche soltanto coltivare cosa che non sia la declamazione vacua, verbosa, arruffata ed assurda, che ora pi che mai si trova affidata a elementi inetti, svogliati e squilibrati, privi d'ogni criterio positivo e spirito d'iniziativa, nelle cui idee soventi strampalate havvi bens un'intuizione - alle volte balenante dal groviglio di stravaganze che ne costituisce il patrimonio intellettuale e scientifico - di quello che si dovrebbe pensare ed oprare, ma che pel complesso delle esposte ragioni non trova modo di farsi strada nel movimento odierno, d'affermarsi, di rendersi vitale.
A nulla, adunque - riepilogando - ha messo capo la propaganda e l'azione degli anarchici. Non ad una fioritura di rivolte individuali, che molti di noi considerano unico mezzo di trasformazione sociale; non ad un rombar di moti insurrezionali; non alla rivoluzione sociale; non - pi modestamente - alla formazione di coscienze anarchiche; non alla creazione d'un movimento nostro; non alla determinazione d'una influenza nel movimento operaio; non alla paralizzazione delle nefaste attivit dei partiti guidati dai politicanti; non ad una preparazione di probabile risveglio futuro....
Perch dunque perseverar cocciuti in una linea di condotta che non ha dato risultati di sorta e nessuno ne promette per l'avvenire? Non  forse tempo d'iniziare opera di revisione che ci riveli errori, manchevolezze e difetti, onde ci sia possibile di affrettarci ai ripari?
 tempo. E se ci non torna possibile con gli elementi snervati, smarriti, esauriti, che ancora - per una specie d'attaccamento tradizionale al passato - ci sono rimasti, il dovere che c'incombe si cerchi di compierlo con uomini nuovi.

9.
Crude constatazioni, si vengono sprigionando dall'intrapreso esame critico, e non certo piacevoli n lusinghiere pel militante che malgrado tutto vuol rimanere tale, per la fede intensa che lo muove, per la ferma certezza che i concetti fondamentali dell'idea da vent'anni professata sono i veri, i giusti, e devono trionfare degli stessi seguaci indotti in errore! Ma quale osservatore che voglia sforzarsi ad essere imparziale magari fino alla durezza, potrebbe sostenere ch'esse siano fuor di luogo?
E pazienza ancora se le concezioni nostre si fossero limitate a mantenersi nelle sfere dell'ingenuit e del semplicismo, a spingersi nelle lamentate esagerazioni teoriche; del danno reale all'idea non ne avrebbero recato, all'infuori di quello tutto negativo derivante da un'inerzia e un'inettitudine che per gli altri versi si sarebbero mantenute innocue, e vi sarebbe sempre stata la possibilit di rinvenire, s che oggi non ci troveremmo afflitti dallo stato di marasma che taluno di noi ha ancora la gran buona fede di prospettare come una probabile crisi di crescenza.
Una concezione teorica rimasta ingenua e semplicista, avrebbe almen serbata integra la purezza della sua ispirazione fondamentale; i suoi cultori non avrebbero perduto nulla della loro fede, del candor d'animo che ad essi sarebbe derivato dalle idealit serbate fervorosamente in cuore nella loro interezza primitiva, e quantunque di nessun valore fattivo pel divenire ulteriore della vita sociale, sarebbero passati alla sua storia come dei gran buoni figlioli, idealisti e sentimentali, tutti entusiasmo e fede, sognatori capaci e pronti ad ogni sacrificio; per questa via almeno si sarebbero imposti alla simpatia ed alla stima universale, ed il loro fervor tutto mistico di adorazione dell'"Idea", si sarebbe forsanco reso in un certo modo lontanamente utile, riverberando qualche po' di detta sua forma idealistica attorno a s, nel circostante ambiente il quale si  venuto facendo, pi che positivo, gretto e calcolatore, in guisa da soverchiamente ridurre il contrasto delle forze sociali ad una pura question d'interessi materiali immediati, senza pi nessuna considerazione di quelle che non abbiano probabilit di fissare a pronta scadenza il compenso.
Un atteggiamento simile, illuminato e reso simpatico dai fervori - fossero pure ingenui - d'una fede intensamente coltivata, mantenendo vivido nel mondo proletario quel fuoco d'idealit pur tanto necessario per muovere le masse sul terreno in cui si vuole coltivata rigogliosa anche la pianta della societ avvenire, avrebbe forse spianato e tenuto sgombro il cammino a successivi elementi, i quali, meglio dotati d'esperienza, di pratica e di spirito positivo, avrebbero saputo (come appunto dovrebbesi tentare adesso) contemperare le esigenze e le condizioni reali della vita coi suggerimenti dell'astrazione, del sentimento e della dottrina, per dare inizio e impulso ad un movimento vigoroso ed equilibrato, che fosse l'interpretazione pratica di quello che gli anarchici debbono fare nel volgente periodo di vita e di battaglia.
Ma disgraziatamente gli anarchici vecchio stile, gli anarchici classici, quelli che per mantenersi incorrotti non fanno nulla e per andare avanti si precipitano a capofitto in aberrazioni dottrinarie d'ogni fatta pretendendo cos di rendersi i soli anarchici, veramente puri, spinti, perfetti e coscienti, appunto per questa loro presunzione si lanciarono a galoppo sfrenato sulla via delle ricerche teoriche sempre pi astruse, e non tardarono a cadere in un abisso di farneticazioni tali, il cui contenuto, nel voler essere applicato subito in una pretesa pratica immediata dei dettami dell'anarchia, diede luogo bentosto a pervertimenti d'ogni maniera. Tutte le brutture del mondo borghese, mentre contro di questo costituivano i capi d'accusa per dannarlo alla sparizione, per gli anarchici diventarono le armi di combattimento per l'instaurazione dell'anarchia. Si teorizzava ogni piaga sociale, da cui si deducevano applicazioni curiose, sostenendo che la borghesia andava combattuta con le sue medesime armi, sepolta sotto il suo stesso sudiciume. E se anche pochi relativamente erano quelli che passavano alla pratica - e sempre, si capisce, in nome dell'anarchia - la generalit degli anarchici, perduta di vista ogni partecipazione al movimento delle masse che era diventato roba da legalitari, da politicanti o da poveri di spirito, si dilettava in dispute interminabili su tali aberrazioni poste in relazione diretta con l'idealit anarchica.
Erano diventati tutti filosofi, i divulgatori di codest'anarchia; tutti s'impancavano a sapientoni. Avevano adottato una terminologia strana e difficile, pescata chi sa dove, da scribacchiatori squilibrati che passavano per "scientifici"; si riunivano oramai pi soltanto ed appositamente per "discutere", e nel timore di venire respinti sdegnosamente in disparte come non abbastanza anarchici o considerati affini ai legalitari, ai "socialardi", ognuno - anche i pi innocui, anche le pi buone paste di figliuoli che non avrebbero osato strappar una zampa a un grillo - si faceva una premura, un dovere, una ambizione di darsi un'aria ravacholiana, di sballare marchiani propositi dinamitardi ed "espropriatori", d'enunciare teoriche terribili, d'esaltare come applicazioni pratiche dell'idea anarchica ogni azione pi bassa, ogni pi purulento malanno sociale, spaventando e nauseando gl'interlocutori e gli ascoltatori che non fossero dei nostri, s che il medesimo senso di riprovazione e di disprezzo che invest l'elemento anarchico facendone anche esecrare i principii, travolse tutti, cattivi e buoni, disonesti e idealisti, senza la menoma distinzione.
E non poteva accadere altrimenti, dal momento che tutti - o con l'approvazione o col silenzio - passavano per solidali coi furfanti che avevano invaso il nostro campo, onde esercitarvi - idealizzandole - le loro prodezze. Passavano per solidali, perch se qualche recalcitrante aveva tanta improntitudine da alzare la voce contro il coro unanime di tali aberrazioni, veniva senz'altro ingiuriato con l'epiteto di moralista (essendo che ognuno aveva una paura matta di sembrarlo) e - come tale - sfuggito con disprezzo.
E essere moralista, significava, nella terminologia d'allora, serbare ancor tutti gli scrupoli, tutti i pregiudizi dell'ambiente borghese, la cui morale si pretendeva combattere in ogni circostanza con le sue stesse immoralit.
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Preso dunque il punto di partenza dalle esagerazioni dottrinarie sciorinate come la vera e sola essenza dell'anarchismo, questo incominci a venire straziato senza misericordia nei modi pi assurdi. Interpretato nella sua applicazione antiautoritaria, esso port ad un allentamento dei vincoli collettivi, degl'impegni, delle deliberazioni, delle intese indispensabili per qualsiasi lavoro da compiersi in comune. Ognuno doveva rimanere da s, fare da s, agire da s, di sua spontanea, libera iniziativa. Non pi programma d'azione, non pi registrazioni o elencazioni, non pi norme, non pi aggruppamenti stabili, n obblighi morali, n decisioni impegnative, n versamenti regolari, n quote fisse... Tutto aveva da essere volontario, spontaneo, perch una cosa fatta per obbligo - anche soltanto morale - o per impegno non ha valore dal punto di vista anarchico ed  atto di mala educazione libertaria. Nessuno aveva dunque da venire impegnato in nulla; arbitra sola doveva esserne la coscienza, come guida, norma, richiamo. Non pi, neppure, gente che diriga, che presieda, che disponga, in nessuna circostanza. Nei comizii, parli chi vuole; la coscienza degli astanti baster ad evitar confusioni, battibecchi, tumulti; e se questi avverranno, si calmeranno da s. Ordini del giorno!? Roba autoritaria; via anch'essi! La parola "direttore" cancellata dal vocabolario, esclusa dal linguaggio dei coscienti, esiliata dai giornali, perch in anarchia nessuno diriger nulla e quindi bisogna sin d'ora formare l'educazione anarchica; la parola "compilatore" sostituir l'antica che puzza d'autoritarismo, il compilatore far esattamente quello che il direttore faceva..., ma una superba affermazione anarchica sar fatta! E cos la pratica immediata dell'anarchia applicata alle esigenze reali della vita dell'oggi, mentre avrebbe dovuto essere intesa in modo da venir temprando davvero le coscienze nuove per le realt future del regime anarchico, e assurgere a criterii elevati di educazione e di sana propaganda, si gingillava con tali quisquilie!
Preso nella sua manifestazione tattica della azione antiparlamentare, l'anarchismo venne ridotto ad una pratica ringhiosa d'astensione puramente negativa, giungendosi a negare contr'ogni evidenza perfino l'efficacia immediata dell'azione parlamentare considerata dai punti di vista tattici dei partiti che l'hanno adottata, e a circoscrivere l'attivit degli anarchici, ad essa relativa, in una predicazione aggressiva che nel parlamentarismo additava l'ostacolo massimo allo scoppio della rivoluzione sociale, e nella pura astensione dal voto faceva consistere la salvezza del genere umano; port ad esecrare ogni forma rappresentativa manifestantesi col voto o col mandato, funzionante con la bilancia delle maggioranze e delle minoranze; fece scorgere alcunch di diabolico in ogni riunione, convegno o congresso, in ogni elaborazione di programmi di azione, che da essi potessero scaturire... E, si pretese che l'opposizione a tutto ci, e conseguente confusionismo, impotenza e inerzia, fossero un principio di realizzazione delle forme anarchiche, nelle quali ogni cosa funzioner per un giuoco spontaneo di attivit e di voleri individuali, senza pi nessuna diminuzione o adattamento o rinunzia delle volont dei singoli, perch ci essendo cosa antianarchica e non dovendosi quindi pi verificare in anarchia, bisogna che venga assolutamente e in ogni caso evitata fin d'adesso, se si vuol preparare, nei fatti, l'avvento della societ anarchica.
Era con questo criterio cos... strabiliante che si pretendeva di lavorare sul serio alla cosidetta formazione delle coscienze!
N le esagerazioni si limitarono qui; esse, qual macchia d'olio, s'allargarono ben presto a tutte le manifestazioni del nostro movimento (movimento per modo di dire...) improntandole tutte indistintamente di quel carattere assolutistico che voleva essere la nostra potenza ed  stato invece la nostra jattura.
Di questo passo, la constatazione dell'arretratezza delle masse e dell'evidente loro inerzia, dalla nostra sapienza attribuite ad espressione colpevole della loro mala volont, ci condusse al lato opposto al quale saremmo giunti ove di entrambi codesti fenomeni avessimo saputo darci una ragione storica, positiva; ci condusse cio al disprezzo per essa, al disgusto per la sua causa... E non ci avvedemmo mai che nella pratica minuta della vita, noi pure - malgrado il vantato spirito di ribellione e la proclamata eccelsa coscienza - abbiamo sempre agito n peggio n meglio d'ogni altro misero mortale appartenente a questa massa da noi disprezzata, limitando la opera nostra ad un'esercitazione declamatoria che rivelava nient'altro, dopo tutto, se non la consapevolezza della miseria materiale, morale e mentale a cui ci adattavamo tranquillamente senza alcuna di quelle ribellioni cotanto acclamate (pi disprezzabili quindi, noi, se mai, della massa che in fin dei conti ne rimaneva inconsapevole) e la constatazione della nostra impotenza.
I fenomeni sociali relativi ai movimenti delle classi lavoratrici si vennero giudicando alla stregua di fatti artificiosi, voluti e creati da gente interessata; si dichiararono perci insulsi ed inutili, anzi perniciosi, perch pregiudizievoli al divenire del sistema anarchico, e si neg loro, per questo, ogni nostro interessamento che non fosse per vilipenderli e denigrarli. L'organizzazione economica dei lavoratori, le lotte per nuove prossime conquiste materiali, per la conservazione e difesa di quelle gi ottenute, vennero guardate con dileggio e commiserazione, vlte in ridicolo ed in burletta, disprezzate, osteggiate, sconfessate. L'antiorganizzazione divenne la nostra parola d'ordine, il cavallo di battaglia del nostro movimento, il cnone nuovissimo della nostra tattica d'azione, l'argomento-principe delle prediche nostre; come se la tanto esecrata organizzazione, specialmente pel suo contenuto esteriore e indipendente da quello che  l'attuale suo funzionamento e l'influenza personale che sovr'essa esercitano gli uomini - i suoi dirigenti specialmente - fosse qualche cosa di antitetico alla anarchia.
Tutto si venne attendendo unicamente dalla dea rivoluzione sociale, fino ad immaginarsi che un atto qualsiasi di violenza, isolato o ristretto, compiuto in ogni contingenza anche pi insignificante della vita e della lotta, dovesse e potesse aver subito e sempre ragione delle resistenze e delle forze organizzate che ha disponibili la classe dominante; e che ogni altro atto, di protesta o di pressione, che non fosse accompagnato dall'adorata violenza, non avesse la menoma efficacia. L'atto individuale venne cos esaltato come il toccasana dei mali sociali, lo specifico miracoloso da applicarsi in ogni circostanza, tanto come opera di vendetta quanto come mezzo di conquista. Sconfessati perci gli scioperi ed ogni altra manifestazione collettiva, specialmente quando veniva a mancare il contorno di dimostrazioni, sassate nei vetri e legnate agli sbirri, tutte cose che molti - soddisfatti per cos poco - dichiaravano essere azione rivoluzionaria, coltivazione dello spirito di rivolta, imposizione energica della piazza, davanti alla quale borghesi e governanti avrebbero indubbiamente ceduto.
Il concetto del valore, della potenza, della iniziativa a traverso cui si dovr venire affermando l'umana individualit e che costituisce la essenza medesima dell'anarchismo, mise in auge l'individualismo, non gi considerato come termine specificatore dell'elevazione e del perfezionamento dell'individuo-uomo, ma travisato nelle premesse, contraffatto nelle deduzioni, ridotto a denominazione formalistica d'un nuovo programma ideale e fattivo che si pretese superiore al programma dell'anarchismo tout-court, presentato come sistema pratico di vita pi elevato e pi perfetto d'ogni altro sistema - compreso l'anarchico del quale vuol essere la superfetazione e ai cui gregari dai seguaci del verbo novissimo fa guardare commiserando, come a poveri esseri incompleti...
Definitivamente sorpassati, i vecchi elementi rimasti su per gi fedeli alla concezione storica dell'anarchismo, alla tradizione della tendenza antiautoritaria covata da una corrente dell'Internazionale e tradotta in partecipazione pugnace a tutte le lotte del movimento proletario! Non pi interessamento ai problemi economici della vita, non pi azione collettiva, non pi aggruppamenti di militanti, n organizzazione, n pratica preparazione rivoluzionaria delle masse, n preoccupazione di quello che sar il divenire della societ umana, la forma futura della vita sociale, l'avvenire dell'umanit, che dico!... pi nulla di umanit, di forme, di masse, di societ; pi nulla di questa roba antiquata che fa sogghignare gli arche-di-scienza semianalfabeti dell'individualismo tuffati nelle limpidezze della sorgente unica di tutte le soluzioni del problema universale! L'individuo, l'individuo solo deve contare; e neppure l'individuo-uomo, ma l'antisocietarista, l'Io, antitesi luminosa dell'uomo, l'Unico, superbo, immenso, eccelso, dominatore... Evviva la sua faccia!
In tal guisa, con un tratto di penna o un paio di formulette buttate l, ci sentimmo pronti sempre e sempre capaci di risolvere ogni problema, spiegare ogni fenomeno psichico, storico, economico, e per ogni fatto considerato antinaturale avemmo subito e in ogni circostanza bell'e preparata la medicina. Oppressione politica e sfruttamento economico, autorit, propriet privata, parlamentarismo, militarismo, religione, patria, famiglia, pregiudizi, guerre, conflitti, produzione, pauperismo, crisi, analfabetismo, delinquenza, prostituzione, tutte sciocchezze che l'uragano rivoluzionario per gli uni, il trionfo dell'Io per gli altri, avrebbe presto spazzato o messo a posto, cos come avrebbe messo a posto quel giostrare insignificante dei politicanti d'ogni risma, che ha la propria espressione nei contrasti e nelle lotte di caste e di classi, di razze e di popoli, di corporazioni e di categorie, di correnti e di partiti, di dottrine e di programmi; lotte da essi politicanti inventate e mantenute per ragioni personali di vanit e di biada.
 proprio cos che gli anarchici son venuti interpretando e spiegando i fenomeni della storia e della vita!
E purtroppo, questo nostro rifiutare un esame severo e profondo, un interessamento illuminato all'immenso, millenario giuoco di forze sociali che costituisce il movimento mondiale; questo nostro ridurre ogni fenomeno ed ogni evento alla semplice espressione di voleri individuali su cui altri voleri - quelli degli uomini della rivoluzione - trionferanno dall'oggi al domani risolvendo d'un tratto ogni problema sociale col comunismo, l'internazionalismo, la solidariet e il libero amore, ci ha incretiniti nella contemplazione dell'anarchia di l da venire (ed anche, lo vedemmo, della superanarchia...) immobilizzati nel pensiero e nell'azione; mentre, se avessimo partecipato con criterii pratici al movimento vitale che ci pulsa a nostro malgrado e dispetto intorno, saremmo certamente riusciti a compenetrarlo dei nostri concetti e vedute, a esercitar sovr'esso un'influenza tale da favorire e assicurare il successo del nostro scopo, che dev'esser quello d'affrettare nel mondo lo sviluppo della tendenza anarchica, fuor d'ogni lusinga ed illusione di fissar noi la data al trionfo dell'anarchia, intesa come sistema di vivere sociale gi fin d'ora tracciato con tutta precisione in un progetto architettonico il quale non pu essere altro che un parto - esteticamente bello fin che volete, ma tutt'affatto arbitrario - della nostra fantasia.
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Un'attenta osservazione di tutte codeste esagerazioni e aberrazioni, riveler in esse un contenuto fondamentale rigorosamente anarchico. Ci perch, contrariamente a quanto sostengono gli avversari dell'anarchismo, l'assurdo  stato fabbricato dagli anarchici medesimi, con l'errata interpretazione dei concetti dottrinari da essi abbracciati, con le loro deduzioni rese assolutiste, con dei curiosi travisamenti, con quella singolare lor pretesa di voler procedere all'immediata e integrale applicazione pratica delle idee anarchiche a tutti i casi della vita presente, senza riuscire a comprendere che la funzione reale dell'anarchismo non sar possibile che allorquando si saranno determinate le condizioni necessarie a consentirla, e che ci avverr gradatamente, in relazione all'elevamento materiale, intellettuale e morale della massa, elevamento che non dipende dalla virt esclusiva d'una predicazione astratta, ma da tutta una concomitanza di mille cause svariate, che noi dobbiamo provocare e rendere il pi possibile intense, appunto con la nostra complessa azione consapevole, e relativa sempre alle condizioni d'ogni epoca, affinch - com' accaduto presentemente - non abbia da deviare e pervertirsi.

10.
La disposizione mentale del nostro spirito e del nostro ambiente, che ci rendeva fieri d'accogliere a braccia aperte tutto quello che sapeva di stravagante e di bestiale, purch recasse impressa l'etichetta di ribellione anarchica alla dominazione persecutrice della borghesia, favor l'intrusione nel nostro campo d'una quantit di elementi i quali vennero ad aggravare i difetti e i mali che gi ci affliggevano. Tutti i giovincelli di scarsa coltura e di discreta presunzione; tutti gli smaniosi di cose belle, grandi e terribili; tutti gli adoratori dei bei gesti... altrui (pronti poi magari a eclissarsi o a disdirsi subito dopo il primo ammonimento di un delegato di questura); gli esteti ammiratori delle pose magnifiche, sognanti i moti di popolo e gli attentati come spettacoli soddisfacenti pel loro godimento di spettatori; gli sportisti in cerca di emozioni; i blateroni, i grafomani, gli squilibrati, son tutta gente che ci piovve addosso portando alle nostre idee gi esagerate anche troppo, il bagaglio delle loro stramberie che noi ci affrettavamo ad accettare o per lo meno a discutere, per la paura appunto di venir tacciati da legalitari, riformisti, retrogradi.
E, dietro costoro, che almeno, erano incapaci di trarre conseguenze pratiche dalle loro premesse teoriche, ecco in breve spuntare e diventar legione la geldra dei vagabondi, dei disonesti, dei pervertiti, dei furfanti che nelle aberrazioni verbali in cui s'era venuta impantanando la dottrina anarchica videro il mezzo di dare una vernice politica alle loro bricconate, una bandiera adatta a coprire il lor sudiciume morale, ed anche il campo ove impunemente compiere le lor gesta canagliesche.
La formola da ciascuno secondo le proprie forze e a ciascuno secondo i proprii bisogni, da codesti tomi venne cos applicata subito, nel senso che i bisogni loro erano molti, e le forze pochine. La teoria del fa ci che vuoi, giustific ogni assenza od ogni sparizione del senso morale di responsabilit. Il concetto dell'espropriazione serv a praticare il furto sotto tutti i suoi aspetti di brutalit e d'astuzia. Quello del libero amore a esaltare ogni atto di libertinaggio, a idealizzare perfin la prostituta da mezza lira, come donna ribelle ai convenzionalismi che voleva godere la propria libert, e a farne trovare cosa naturalissima lo sfruttamento per parte dei molti magnaccia ostentatori di convinzioni anarchiche...
Non si lavorava per non essere sfruttati, e si faceva appello, per vivere, alla solidariet dei compagni, che poi si derubavano magari tranquillamente, in omaggio alla teoria dell'estampage, la quale insegnava che se si trafuga qualche cosa ad un compagno,  segno che questi la possiede e non ne ha il diritto, mentre chi glie la ruba non l'ha, e ne ha di bisogno. E chi rubava, metteva in pratica l'anarchia, si dimostrava cosciente perch si ribellava allo sfruttamento borghese, danneggiava l'ingranaggio capitalistico ed intaccava il principio di propriet, che bisognava pur distruggere coi fatti e non con le chiacchiere! Sorsero cos perfino degli aggruppamenti... anarchici (gruppo del palanchino, gruppo del grimaldello ecc.) col preciso ed unico scopo di praticare il furto o di spendere falsa moneta... "per sostenere la propaganda", si diceva allorquando qualche compagno osava muovere una timida obiezione. Ma di quei baiocchi, la propaganda ne vedeva pochini...
E di questo passo vi sarebbe da riempire delle pagine, perch tante furono nel nostro movimento le aberrazioni del genere, che a volervisi indugiare, occorrerebbe un bel po' di tempo!
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I sinceri, gli onesti, vedevano e lasciavano correre; tutt'al pi, nauseati, ma impotenti a opporsi alla marea dilagante, si traevano talvolta in disparte. Il timor delle critiche, dei dileggi e delle sconfessioni - ed anche, diciamolo pure, quella specie di spirito diffuso che trascinava tutti nel campo delle esagerazioni e rendeva propensi anche alle aberrazioni peggiori - li costringeva a fare il pi delle volte uno sforzo mentale per ammettere ogni teoria pazzesca, giustificare qualunque porcheria che venisse commessa in nome dell'idea anarchica. Si navigava a gonfie vele in pieno periodo di crisi morale; per paura di sorprendersi attaccati ancora ai pregiudizi della morale borghese (d'essere quindi bollati col marchio di moralisti) ognuno preferiva fare il proprio possibile per passare da immorale... non fosse che approvando le immoralit degli altri.
D'altra parte - si pensava con uno sforzo di buona volont tendente a persuadere s stessi - se vogliamo la distruzione della societ borghese, bisogner pur passare per un periodo tale che l'affoghi nelle sue onte medesime! Fino a quando la massa si mantien rispettosa della morale corrente, qual valore avrebbero le nostre teorie, le critiche nostre? Occorrono dei fatti!... E se si ricusassero tutti di lavorare per non essere pi sfruttati, si dovrebbe pur venire ad una nuova forma di societ! In fondo si tratta di gente che domani, reso libero il lavoro, e non pi sfruttato, lavorerebbe la sua parte anch'essa, e non ruberebbe pi, mancandone il movente! E se la propriet  un furto,  logico che finch'essa esiste, si rubi! O non rubano forse i borghesi, sia pur legalmente!? Ebbene, codesti che sono ribelli, compiono extra-legalmente il medesimo atto! Chiss, che se rubassero tutti, si fosse costretti a provvedere ad un'organizzazione sociale nuova, libera, anarchica! Qualcuno bisogna pur che incominci, non fosse che a titolo d'esempio; e nello stesso modo che gli attentati sono gli atti di rivolta isolati che precedono la rivoluzione sociale, i furti isolati sono gli atti individuali espropriatori che precedono l'espropriazione generale della classe capitalista!
Se si fosse qui intrapresa una discussione, anzich una semplice serie di rilievi in iscorcio, molto, e trionfalmente, vi sarebbe da obiettare a queste straordinarie teorie che fanno abolire la propriet col furto, quasi che questo non fosse (precisamente come stabilisce la formola proudhoniana, diventata divisa dei ladri) un mezzo per assicurarsi una propriet, e astraggono da ogni considerazione in materia di necessaria costituzione d'un ambiente dai sentimenti elevati che renda possibile il funzionamento di una societ in cui gli atti antisociali non abbiano pi da esistere neppure come manifestazione di istinti atavici, neppur come rimasugli d'una morale ambientale precedente!
Giacch questo bisogna osservare: il furto eretto a metodo, elevato a mezzo d'espropriazione, determinerebbe appunto un'atmosfera ambientale, con tutto il suo codazzo d'inganni, ipocrisie, ozio e vizi, che sarebbe l'antitesi di quella occorrente per assicurare il funzionamento della societ anarchica.
Ma gi...; il concetto fondamentale coltivato dagli anarchici in materia di trasformazione sociale,  sempre stato che tutto dipenda dalle singole volont degl'individui. Per essi, i complessi fattori morali, psichici, sociali, che plasmano gli uomini secondo il tenore di vita che conducono, secondo l'ambiente in cui vivono, non esistono; non esiste, per essi - in una parola - il fattore educativo. Anche, dunque, i peggiori bricconi di oggi, saranno d'un tratto i coscienti, i perfetti di domani, non appena la bacchetta magica della rivoluzione sociale avr operato il miracolo dell'anarchia. Bisogna dunque comprenderli, giustificarli e ammirarli...; o per lo meno, dopo esserne stati scottati, salvarli dalle mani della polizia - e favorirli cos, con la certezza di un'omert eretta a cnone dell'idea, nella continuazione delle loro prodezze - unicamente perch, nessuno essendo responsabile delle proprie azioni e nessuno dovendosi erigere a giudice delle altrui, in anarchia saranno considerati malati coloro che commetteranno atti antisociali.
Quanti fior di bricconi hanno vigliaccamente abusato di questo nostro evangelismo candido e balordo, che per l'avvenire del nostro movimento sarebbe stato meglio aver tradotto - ad ogni prodursi di codesti casi - in una serie di quelle sode lezioni che avessero mandato i protagonisti, non dico in carcere, per quanto non vi sarebbe da aver tanti scrupoli, ma - dal momento che bisogna considerarli malati - dritto dritto all'ospedale!
Presentemente,  vero, il periodo tipico di questo genere di propaganda e d'azione  tramontato; dei vecchi elementi capaci a delinquere in linea delle pi canagliesche azioni da compiersi in nome dell'anarchia, sono rimasti pochi individui che vivono oramai appartati fra un ristrettissimo circolo dei loro scagnozzi rimbambiti e pieni soltanto di fiele impotente contro quel po' di vitale che ancora appartiene al nostro movimento e lo tiene alquanto in gambe. Delle teorie giustificatrici di tali azioni non se ne parla quasi pi, se non in qualche raro accenno accademico che non fa n caldo n freddo. Ma intanto  rimasta un'amarezza in molti, un disgusto nei nostri ambienti, una diffidenza attorno a noi ed alle nostre idee, una situazione di disagio per tutti gli scandali che ne sono derivati, per gli strascichi che se ne hanno avuto, uno scoramento fra i seguaci sinceri, uno stupor doloroso fra i simpatizzanti e gli affini che prima di conoscerci ci ammiravano come i migliori fra gli uomini, da restarne irrimediabilmente compromessi, da avere per chiss quanto tempo ancora da lavorare - dopo un atto audace di coraggio che venga a tagliare definitivamente i ponti col nostro passato - avanti di poter prendere in mezzo alle lotte preparatrici dell'avvenire anarchico, il posto che ci compete.

11.
Voglio anche ammettere ch'io veda con occhi di bue i difetti (d'altronde innegabili) della corrente anarchica; che trascinato dal pessimismo o dalla buona volont di vedere procedere florido il nostro movimento, mi sia lasciato andare a esagerazioni e ad errori; che le condizioni degli anni decorsi richiedessero l'esplicazione d'una forma di propaganda assolutistica, rigida, formalista, tutta d'un pezzo nelle sue enunciazioni teoriche, ed un atteggiamento pratico analogo, intransigente fino alla cocciutaggine, scontroso, ricusante ogni menomo adattamento, ma reso indispensabile per veder di smuovere - fosse pure con delle esagerazioni insostenibili - l'ambiente piatto, morto, docile e remissivo nel quale ci dovevamo muovere.
Voglio ammettere tutto ci che su questo tenore i difensori o gl'innamorati cote que cote del nostro passato volessero sottoporre alle mie riflessioni, quantunque a mia volta non avessi che da sottoporre alle loro i bei risultati che abbiamo ottenuto... Nulla tuttavia sarebbe ancor detto a favore d'una perseveranza nella linea di condotta finora seguita.
Per non mutare noialtri, mai, mai, i nostri metodi di propaganda, la nostra tattica d'azione bisognerebbe che tutto, nel mondo, rimanesse immoto. Immoti, allora, dovremmo per forza rimanere anche noi..., e non si farebbe pi nulla nessuno.
Invece tutto cambia, tutto si modifica, continuamente, incessantemente nella vita. Mentre negli spazi siderei roteano e impercettibilmente si vanno solidificando infiniti astri; mentre il fiore modesto spunta, sboccia, appassisce e cade fra l'erbe del prato, mille trasformazioni si compiono in noi, nel nostro spirito, nell'ambiente in cui viviamo, nelle societ umane di cui siam parte... Un attimo non  identico all'attimo precedente; ch allora sarebbe l'immobilit. E per quanto la diversit fra i due attimi non sia da noi percepibile, essa esiste nondimeno.
Quante modificazioni in questi ultimi venti anni! Quante idee cambiate, convinzioni sbiadite, opinioni superate! Le relazioni, s di contatto che di lotta, fra classi, fra partiti, si sono profondamente mutate; i governi e i governanti hanno replicatamente deviata la rotta della loro politica; le masse si sono scosse, agitate, son parse pi d'una volta alla vigilia della rivoluzione, poi hanno brancolato qua e l nell'incertezza e nell'insipienza, si sono riassopite, ridestate ancora, sempre con diverse e nuove fisionomie. Il '94, il '96, il '98, il '900... che sto elencando!... ogni anno, ogni mese hanno avuto, si pu dire, un'impronta propria, un proprio contrassegno in un fatto, in un fenomeno, in una crisi - di popolo o di governo - in un avvenimento, o politico, o economico, qui o fuori di qui, ma tutto in una ripercussione mondiale, in una concatenazione il pi soventi non apparente ma pur nondimeno solida, infrangibile, e avvinghiante tutti - uomini, classi, partiti - e tutti trascinante nel moto or lento ed ora vorticoso della vita che non s'arresta mai, che non ha mai due momenti eguali, due giorni gemelli, due identiche situazioni.
E noi vorremmo serbare immutato il nostro metodo di propaganda; fermo, ben radicato in terra il nostro atteggiamento tattico, nell'illusione che soltanto cos si rimanga fedeli alle proprie convinzioni?
Facciamo pure... Ma dopo non lamentiamoci della parte ridicola che ci tocca di statue di sale; non imprechiamo contro nessuno se le altre correnti ci sorpassano nei fatti, mentre noi vantiamo invano le nostre idee come idee d'avanguardia insuperabile; non respingiamo lontan dalle nostre teste l'epiteto che merita chiunque si cristallizzi nella contemplazione mentale delle fantasie d'un sogno.
Ma se vogliam vivere, muoverci, agitarci; se vogliamo acquistare influenza, svolgere un'azione "nostra", prepararci una posizione di battaglia efficace negli eventi prossimi e futuri, lavorare con chiarezza di criterii e determinatezza di propositi all'affermazione sempre maggiore ed al sempre pi intenso sviluppo della tendenza anarchica nel complesso della vita sociale,  giunto il momento di osare.
Osare, anzitutto, verso di noi.
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L'ultimo decennio, specialmente,  stato fecondo d'avvenimenti; non tanto di quelli generati, quanto di quelli che stanno per vedere la luce. Noi siamo evidentemente sulla soglia d'un periodo di vita sociale che modificher per forza molte opinioni, travolger molte convinzioni, muter profondamente tante configurazioni di partiti, devier pi d'una corrente d'idee, costringer a cambiare atteggiamenti tattici, metodi, programmi e piani d'azione.
Se noi, nell'ostinazione d'una pretesa fedelt cieca a nozioni chimeriche di paradiso sedicente anarchico saremo tali da non capir nulla di ci che vengono maturando i prossimi eventi e resteremo perci - nuovi draghi d'una vecchia fola - immoti nella custodia arcigna d'un tesoro (ahim, quanto svalutato!...) d'idealit mal comprese e peggio propagate, ancora qualche anno d'agonia fra le brevi galvanizzazioni dei ricordi e degli anniversari d'un passato - glorioso e radioso in qualche raro episodio e per opera di pochissimi - ma che per non spegnersi ha duopo di modificarsi sotto l'aculeo dei tempi che maturano; ancora qualche boccata d'ossigeno di sentimento, qualche sgambietto d'invettive e di vaticinii, qualche altro anelito... e poi non esisteremo pi.
Crepi pure l'astrologo! Ma io son purtroppo sicuro di non sbagliarmi...
Ma se, per contro, sapremo armarci di coraggio a fin di strappare - avanti ogni altra cosa - di dosso a noi medesimi la camicia di Nesso d'un malinteso amor proprio, delle illusioni che ci perseguitano e degl'intempestivi attaccamenti dogmatici a quello che chiamiamo i nostri principii,  certo che non ci mancher modo d'assumere ancora con rinnovato e ben altrimenti fecondo vigore d'un tempo la nostra posizione di combattimento nel tumulto dei tempi che s'avanzano; e senza smarrirci pi nei torneamenti dottrinari e nei vagheggiamenti e vaneggiamenti d'un paradiso terrestre che  sogno, d'inaugurare una tattica d'azione seria, positiva, chiaroveggente, che sapendo sposare le mire ideali delle nostre convinzioni alle esigenze fattive del momento, ci consentir, questa volta davvero!... di procedere - senza impazienze assurde o stravaganti illusioni - verso la mta ideale dell'anarchismo, promessa non pi vana perch spogliata d'ogni attributo di dogma, a quanti volenti saranno o nolenti trascineremo con noi nelle direttive che abbiam fatte nostre a interpretazione d'una tendenza che  fatale nel divenire dell'umana societ.
Sar certamente crudele dover ammettere che questi vent'anni di fede, sono stati vent'anni di errori. Ma se ci dovr salvarci dall'agonizzare qualche anno ancora, per spegnerci poi inonorati e lasciare che quello che  il contenuto sostanziale della nostra dottrina fluttui per chi sa quanto tempo a caso nelle correnti del gran mare sociale avanti di tornare ad essere incanalato in una direttiva cosciente e feconda, non  il caso d'esitare.
Bisogna dunque riconoscere che l'anarchismo formale, l'anarchismo com' stato inteso lungo questo ventennio, quello cio che  stato fin qui il nostro catechismo e che ho fatto oggetto di critica nel presente esame, non ha pi motivo d'esistere tale e quale.
Non  questa, d'altronde, la sorte d'ogni cosa?
Dir l'avvenire se esso  stato utile. Noi intanto dobbiamo dichiarare quello che, dopo tutto,  stato gi rivelato dal nostro stesso esaurimento: ch'esso, cio, non risponde pi alle mutate condizioni del movimento sociale. Dobbiamo dimostrare, coi fatti, la ferma nostra volont di svecchiarci e - senza in nulla rinunciare alla concezione fondamentale della tendenza che riteniamo indeprecabile nel divenire delle nuove forme dell'umana societ - regolarci, nelle prossime lotte, a seconda delle nuove esigenze che si sono venute determinando in seguito.
E questo - aggiungiamo - dobbiam fare avanti che qualche partito politico venga a trovar esso il necessario coraggio per analoghe dichiarazioni da farsi a proposito del di lui programma ed azione (la crisi non  mica nostra soltanto!...) e vincere cos la mano a noi.
Il momento  per una sincerit assoluta. Chi oser pel primo, potr conquistare prestissimo una posizione preponderante nel successivo svolgersi degli eventi.
Havvi, s, per noi, in un'opera simile, una difficolt maggiore che per gli altri, le cui finalit ideali son meno delle nostre lontane dalle realt presenti: la difficolt di regolarci nell'opera pratica di tutt'i giorni senza perder di vista la mta ideale n recar pregiudizio al concetto basilare che noi reputiamo debba essere l'inspiratore del proletariato nella sua marcia in avanti, verso la conquista dell'avvenire. Ma non per nulla le mire nostre, fra le tante che s'arrogano la qualifica d'idealit, sono - a giudizio medesimo degli avversari - le veramente eccelse!


12.
Sarebbe assurdo per me (e per chi da me lo pretendesse) ch'io passassi ora a tracciare in tutti i pi minuti particolari un piano d'azione rispondente in tutto e per tutto alle mie peculiari vedute.
 sempre stato questo il torto di coloro che hanno voluto aver pronti i farmachi per guarire i mali sociali, i mezzi sicuri ed infallibili per rimediare a quelli ch'essi consideravano le manchevolezze e gli errori altrui. S'io m'impancassi ora a taumaturgo, cadrei proprio nello sbaglio da me rimproverato agli anarchici come punto fondamentale dell'azione da essi esercitata fin qui.
Tutto  esperimento, nella vita, per chi rifugge dal pretendersi infallibile. Nulla quindi si pu suggerire che a titolo sperimentale; il merito sta soltanto nel sapersi in ci valere delle esperienze precedenti e regolare a seconda delle condizioni in cui esso esperimento s'ha da compiere, s che le esperienze nostre ed i nostri errori abbiano a costituire a lor volta il patrimonio positivo di sapere dal quale possano e sappiano poi trarre profitto - pei successivi progressi - i nostri successori.
Tutto il significato del progrediente vivere sociale pu dirsi compendiato in questo assioma.
Accarezzo, s, anch'io un piano generico di quello che si dovrebbe fare; e non di mia invenzione, perch dettato dalle fatte osservazioni, e dalle riflessioni che ne sono scaturite. E lo ritengo utile, e lo ritengo rispondente alle necessit dell'epoca in cui dovrebbe venire svolto. Ma ch'esso sia impeccabile, non mi sogno neppur di sostenerlo.
Io penso che nel tracciare un dato programma di lavoro, al di l d'una direttiva generica non si debba andare; e che anche questo non abbia da abbracciare un orizzonte troppo vasto, un periodo troppo pi avanti del presente, s da farsi ipotecario dell'avvenire. Domani ancora, ben avanti d'averlo svolto tutto, nuovi fattori, nuovi eventi, nuove circostanze possono sorgere a scombussolare tutte le nostre vedute e tutti i nostri piani, a provocare nuovi e diversi orientamenti.
Se al pensiero e sue estrinsecazioni teoriche possono essere consentiti i voli pi fantasticamente audaci, alla pratica  duopo che sia imposto un limite, al quale l'audacia del pensiero, tradotto in concezioni dottrinarie, serva soltanto di generica norma. Se no, i risultati rimangono nulli.
Limitiamoci dunque a dare un cenno sommario, un abbozzo che riguardi i tempi pi prossimi a noi, che sia in maggiore e pi immediata relazione con le circostanze e le esigenze della vita in cui viviamo adesso, per non rischiare di edificare ancora una volta sulle sabbie del deserto.
D'altronde, a parte che non ho nulla di speciale, di peregrino da proporre, se non un ritorno ai criterii fondamentali della propaganda e dell'azione nostra, con qualche maggiore sfrondatura, forse, di eccessivit dottrinarie, di rigidezze tattiche, di facili semplicismi o d'impazienze insurrezioniste e rivoluzionarie, se verr proprio a essere del caso, non mancher modo di riprendere l'argomento, per sviscerarlo, trattandolo a fondo magari in qualche pubblicazione periodica, ove s'abbia maggiore opportunit di discutere che non qui, essendosi le presenti pagine imposta pi particolarmente l'incombenza d'un esame critico, al quale un progetto di ricostruzione potrebbe anche far a meno di seguire.
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A me sembra dunque che il nostro programma di lavoro possa venir compreso nelle seguenti tre parti essenziali:
Propaganda;
Educazione;
Azione.

La propaganda deve essere lo svolgimento della parte teorica che ci spetta, e che consiste nella divulgazione di quelle idee da noi considerate interpreti della tendenza anarchica la quale si viene facendo strada nell'evolversi dei tempi e delle forme di organizzazione politica ed economica della societ umana.
L'educazione deve essere lo svolgimento della parte morale che ci spetta, e che consiste nella opera di preparazione delle menti, in modo che la mentalit anarchica si venga formando negli spiriti e nelle coscienze, per determinare fin da ora la necessaria modificazione dell'atmosfera ambientale che gli uomini respirano.
L'azione deve essere lo svolgimento della parte pratica che ci spetta, e che consiste nella nostra partecipazione attiva a tutte quelle manifestazioni della collettivit, che costituiscono il cosidetto movimento sociale, per imprimere ad esso le direttive da noi ritenute pi acconcie all'affermazione ed allo sviluppo della tendenza anarchica in seno agli stessi agglomeramenti sociali dell'epoca presente.
La propaganda serve a diffondere la cognizione delle concezioni teoriche a cui s'ispira la tendenza dell'evolvente moto sociale, e a dare agli uomini la consapevolezza del cammino pel quale l'umanit  avviata, s che venga accelerato il corso dell'evoluzione medesima.
L'educazione serve a preparare l'ambiente che si deve rendere sempre pi favorevole allo sviluppo ognor pi rapido della coltivata tendenza. Essa  l'indispensabile rincalzo alla propaganda, la quale ha pi particolarmente lo scopo di determinare un'atmosfera di simpatia attorno a noi, della quale noi veniamo a giovarci pel lavoro veramente efficace - e ch'io considero essenziale - di educazione, ben altrimenti importante della propaganda, la quale - se limitata a s, e circoscritta ad un puro dibattito di idee, - non pu concludere a nulla di fattivo.
L'azione, infine, serve a farci partecipi del complesso movimento di cui si compone la vita sociale; in guisa da metterci in grado di compenetrare giorno per giorno esso movimento della nostra influenza, s che la caratteristica anarchica venga in ogni possibile occasione ad esso impressa - non importa se nella misura e nelle circostanze compatibili con le realt della vita, e oggi come fiancheggiamento degli eventi storici che quotidianamente si svolgono, domani come coronamento della quotidiana opera svolta nel periodo preparatorio e che tanto pi completa sar, quanto pi illuminata e intensa sar stata l'opera nostra di partecipazione positiva alla vita sociale di tutt'i giorni.
Ora io prospetter qui, in rapidi e sintetici tratti essenziali, le mie vedute in materia; proponendomi, se non mi verr meno la lena, di trattare ben pi ampiamente la questione in un prossimo studio, che se anche, come e pi di questo cozzer contro le infinite opinioni fatte di cui sembra che gli anarchici siansi costituito il proprio patrimonio intellettuale, io non mancher di propugnare a fondo, nella tranquilla certezza d'esprimere con tutta sincerit il mio pensiero... che potr essere spinto a modificare in seguito, ma che per adesso  cos.

 Propaganda.
Tenuto calcolo dell'esperienza e degli ammaestramenti di cui andiamo debitori al prossimo passato, nello svolgimento ulteriore della propaganda nostra, noi dovremmo:
rompere i ponti con quell'elemento fluttuante, amorfo, bacato, costituito dai fanfaroni, dai vanitosi, dagli sportisti, dagli squilibrati, dagl'imbroglioni e peggio, verso i quali siamo sempre stati cos generosamente longanimi, e che tanto ridicolo, diffidenza e discredito hanno attirato sempre su tutti noi. Ci ridurremo in pochissimi, come elemento militante; ci sorbiremo dei codini, dei moralisti, dei preti da parte degli esclusi; ma ci conosceremo e ci stimeremo fra i rimasti; c'intenderemo bene venendo meno fra noi tante e cos contrastanti differenze di vedute, specie in materia di atteggiamenti tattici, che oggi intorbidano la nostra corrente e ne turbano il corso in omaggio al criterio (che  diventato frase fatta) della libert per tutti, contraria agli esclusivismi; come se - qualunque possano essere le affinit teoriche, ideali - non siano indispensabili la differenziazione e il distacco formale negli atteggiamenti pratici, affinch ogni corrente possa lavorare con quella libert e scioltezza che le sono necessarie per svolgere la propria azione secondo le vedute che la ispirano, e senza gli ostacoli ch'essa si conserverebbe in grembo, ove il timor d'apparire esclusivista la trattenesse dal fare parte a s e dall'accogliere in s quegli elementi soltanto che ne dividono idee teoriche e vedute pratiche, comprese in un determinato - vasto ma non infinito - programma dottrinario e tattico;
rinunziare ad ogni forma di predicazione messianica, semplicista, dogmatica fatto col pretesto che con le masse bisogna spiegarsi cos per farsi capire;
spogliare la propagazione delle idee di quei caratteri sentimentali, mistici che si pretendono necessari per attirare la gente incolta, prendendola dal lato dell'emotivit;
finirla con le profezie assolutiste d'una prossima vita perfetta, con le promesse formali d'un paradiso anarchico raggiungibile mediante un semplice atto di volont della massa lavoratrice, profezia e promesse che fomentano illusioni puerili e alimentano quei falsi concetti in materia di trasformazioni sociali cui unico risultato sono il disgusto e la diserzione non appena svanita l'ebbrezza del cieco entusiasmo da esse suscitato;
smetterla con gli sdilinquimenti sull'amore, la mansuetudine, la pace fra tutti gli esseri umani, cosa che mantien nella gente una mentalit religiosa di virt fraterne da praticarsi per bont - premio, il paradiso dell'anarchia - e con le imprecazioni ed invettive contro i potenti, i dominanti, i tiranni, i borghesi, cosa che (in un colle mistiche prediche d'amore, mansuetudine e pace fra i buoni) sotto l'aspetto dell'odio dovuto ai reprobi, ripete nel mondo lo stupido evangelismo del Cristo, e impedisce la visione esatta delle situazioni reciproche delle varie classi sociali, riducendone gli antagonismi ad un giuoco di virt e di vizi, col dipingere la classe borghese (la quale compie nient'altro che la propria funzione storica) come un'orda di malvagi gavazzanti per sciente crudelt d'animo nel frutto dei sudori e delle sofferenze dei poveri, e che vanno perci dannati all'inferno, il quale per gli anarchici  la vendetta proletaria del pugnale e della dinamite..., che - se si produce - va invece giustificata e spiegata a lume di logica, anzich coi brancolamenti della sentimentalit che non ragiona;
evitare ogni spiegazione formale sul funzionamento della futura forma d'organizzazione sociale, con relativo contorno d'oramai stucchevoli dispute sul comunismo, collettivismo, presa nel mucchio, buoni di lavoro ecc. ecc., altamente dichiarando che tutto ci va considerato al puro suo valore di esemplificazione empirica e tutto affatto arbitraria, s da non meritare che vi si spenda attorno del tempo in discussioni, poich il parto delle nostre fantasie non pu e non deve essere indirizzo di nuove ricostruzioni sociali, che dal variare e succedersi delle circostanze della vita trarranno base e schema per organizzarsi e funzionare, non gi dalle dipinture fantastiche di chi, per passare da precursore, architetta piani concreti, determinati e stabili di societ futura... senza neppur pensare che basterebbe (oltre a tutto il resto) una scoperta scientifica o un perfezionamento meccanico - industriale od agricolo - per capovolgerglieli d'un colpo;
dare alla propagazione delle concezioni anarchiche quel contenuto scientifico e razionale che, pur volgarizzando e semplificando per gli spiriti elementari, deve spiegarle e sostenerle come interpretazione ideale d'una tendenza che  nelle fatalit storiche degli eventi, ma che nella sua integrit concreta non sar realizzata magari mai, o sar tutt'al pi - nella migliore delle ipotesi - il coronamento naturale di numerosi e lunghi periodi evolutivi durante i quali si verranno preparando - nella natura degli uomini nonch nelle condizioni della vita collettiva - quegli stati psichici, mentali, fisiologici, economici dei quali l'anarchia sar conseguenza immancabile, mentre ora non ci pu essere che guida ideale, norma generica (anzich rigido, immutabile articolo di fede a cui in ogni pi varia e impreveduta circostanza della vita si debba prodigare alla lettera un ringhioso attaccamento da sacerdoti) nel nostro lavoro costante che nell'intimo dell'anima nostra e delle nostre azioni private, come nelle relazioni s personali che sociali coi nostri simili, deve mirare a favorir sempre e ad ogni costo lo sviluppo quanto pi affrettato si pu della tendenza anarchica in tutte le manifestazioni della vita individuale e sociale;
rifuggire, a tal uopo, da ogni opinione settaria, che porta ad attribuire tutto il bene, il giusto e il vero alle dottrine proprie e tutto il male e il falso alle altrui, mentre nessuna va ritenuta - a seconda delle singole fedi - rivelazione di luce e di verit, o fonte d'ogni impostura; che fa considerare tutti buoni e bravi i proprii compagni d'idee, e tutti perfidi e malvagi gli altri, mentre l'uomo non  e non diventa buono o cattivo per le dottrine che abbraccia, come insegnano i concetti chiesastici, lasciatici in eredit - noi inconsapevoli - dalle religioni d'ogni sorta, ma che noi dobbiamo sradicare dall'anima delle masse; che fa pretendere impeccabile la tattica propria, e falsa, erronea, dannosa, interessata, mistificatrice la tattica degli altri partiti, mentre ognun d'essi esercita la propria parte d'influenza benefica sulle cose della vita e sviluppa - dai proprii punti di vista - una funzione che nel suo complesso non manca mai d'una utilit relativa, s che tattica nostra, dal momento che non c' - almen per ora - possibile svolgere un'azione esclusivamente improntata ai caratteri formali dell'anarchismo, dev'essere di saper approfittare d'ogni combinazione, d'ogni atteggiamento altrui per far penetrare e valere in esso un po' della nostra essenza e delle nostre vedute, direttive, metodi e tendenze;
abbandonare lo spirito di proselitismo che ci fa gretti, chiusi ad ogni comprensione larga delle idee e della loro influenza sugli uomini, ci rende esclusivisti, adoratori della chiesuola, del gruppetto in cui rigorosamente rinchiudere i militanti, senza dare considerazione - fuori di l - a convinzioni, energie, caratteri e coscienze (come se gli elementi nostri ne fossero gli unici possessori) mentre l'epoca non  pi dei partiti a programma teorico determinato e ad azione rigidamente delineata in base all'esclusione aprioristica ed assoluta d'ogni azione che non sia ufficialmente deliberata e consacrata nelle formole e negli statuti del partito;
comprendere perci che la propaganda nostra delle idee deve mirare piuttosto a spargerne la cognizione e favorirne l'influenza morale in mezzo alla massa, a determinare una larga corrente simpatica in ogni ambiente, anzich a compiere la racimolazione formale di coloro che a traverso i "progredendo" passano il Rubicone e vengono in qualit di etichettati a noi, procurandoci il gusto di contarci come militanti e vederci accresciuti di numero quantunque pochissimo scelti per qualit, senza che per nulla possa esser mutato nel carattere, nello spirito, nella mentalit del "progredito". Quest'opera di aggruppamento pu essere,  vero, necessaria, come raccolta dei militanti dichiarati, ai quali occorre stabilire in ogni localit la loro differenziazione dai militanti degli altri partiti, e sapersi trovare e accordare per tutti quei lavori di propaganda e d'azione richiedenti un'intesa stabile e precisa; sarebbe anzi bene che ad essa - abbandonate una buona volta tante prevenzioni che l'hanno fatta ritener sempre cosa antianarchica - venisse dato un carattere pi definito di quello che non abbia avuto finora. Ma non bisogna che venga considerata condizione sine qua non, per rendersi davvero utili al movimento nostro; essa deve servire come "mezzo" di propulsione al lavoro generale da compiersi, non come "scopo" pel quale lavorare; e lungi dal guardare a tale forma d'aggruppamento degli anarchici (partito, federazione, quel che si vuole...) come al recinto chiuso fuor del quale non possono esservi coscienza ed attivit esplicate in senso anarchico,  duopo che i suoi componenti si considerino la nucleazione determinata e stabile che deve compiere opera d'infiltrazione, di penetrazione in ogni altro ambiente, e attorno alla quale - se essi sapranno essere larghi e tolleranti in materia di vedute - vengano a gravitare quantit d'altri elementi che militano in campi diversi e a traverso ai quali gli anarchici dichiarati eserciteranno, sotto una variet efficace d'aspetti, la loro influenza larga e fruttifera l dov' davvero essenziale che venga esercitata: nel movimento proletario.


 Educazione.
L'opera di propaganda teorica che son venuto delineando, non ha pi da assorbire la maggior parte delle nostre attivit. Fino a quando  durata in noi l'illusione che per merito suo la societ umana si trasformasse e passasse al regime anarchico, era naturale che noi - senza far altro - stampassimo opuscoli e giornali e andassimo in giro a tuonare contro il governo e la borghesia, a criticare l'autorit, la propriet privata e il parlamentarismo, a spiegare il comunismo e l'anarchia, a predicare la rivolta e la rivoluzione, a contraddire i collettivisti, i legalitari, i riformisti, gongolanti quand'eravamo riusciti a metter l'avversario nel sacco..., quasi che le lotte per le future trasformazioni sociali, invece di materiarsi di fatti e plasmarsi sovra essi, obbedissero alle vicende d'un contraddittorio, e con questo si vincessero!... Ma ora che si viene a comprendere e ammettere che la rivoluzione sociale, non dipendendo da uno sforzo di volizione mentale dei convinti e dei ribelli, e neppure da una sommossa di popolo o dall'atto isolato d'un individuo, assolutamente non pu venir preparata da un lavoro di propaganda orale e scritta; ora che si fa strada il concetto che la realizzazione dell'anarchia, in luogo d'essere la risultante prossima di un lavoro di propagazione delle idee che la contengono, sar determinata da una serie di fasi evolutive (contrassegnate da pi o meno intensi fenomeni rivoluzionari) durante le quali la mentalit umana si verr facendo anarchica, e la tendenza che se ne svilupper dovr essere favorita in guisa sempre pi intensa dagli elementi che la coscienza anarchica verranno acquistando e che dovranno partecipare con determinatezza sempre maggiore alle varie e molteplici manifestazioni del movimento sociale,  ovvio che il periodo evangelico d'apostolato teorico deve considerarsi chiuso (sempre, beninteso, parlando col dovuto senso di relativit) per dare posto ognora pi importante a quelle forme d'azione che pi particolarmente sono adatte a plasmare la mentalit umana in senso anarchico e ad imprimere al movimento delle masse proletarie quella caratteristica che a detta mentalit ha da essere relativa.
Per compiere quest'opera, tanto pi doverosa in quanto  sommamente ardua, e che ha da comprendere la cultura intellettuale e l'educazione morale in senso anarchico dell'umana mentalit, noi dunque dovremo:
ispirare - quanto pi  possibile, date le condizioni ancor arretrate del circostante ambiente, le situazioni ch'esso crea e le pressioni spesso invincibili che esercita - le nostre azioni personali e collettive ai dettami della nostra coscienza libera e spregiudicata, sforzandoci di compiere, s nella privata che nella pubblica vita, tutto quello che sappiamo essere coerente a essa coscienza, e d'evitare tutto quello che costituisce acquiescenza e assoggettamento a ci che delle vecchie forme e consuetudini la nostra coscienza condanna. Tal cosa coster sforzi, noie, disagi, rinunzie, danni materiali, sacrifizi, anche laddove non  assolutamente impossibile compierla; ci porr in urto coi costumi, la morale e la mentalit oggi in auge; ma essendo fattore essenziale di trasformazione perch determiner in noi e attorno a noi - con la forza eloquente dell'esempio e la creazione di relazioni fra gli uomini diverse dalle attuali assoggettate all'ambiente dominante - un nuovo abito mentale, preparer nella psiche umana i germi del vivere libero che  condizione indispensabile di funzionamento del regime anarchico, ed avr cos una efficacia indiscutibile ed assoluta per l'opera di trasformazione sociale a cui intendiam lavorare;
iniziare, allargare e rendere intensa dovunque e il pi che si pu - mediante la costituzione e l'alimentazione di gruppi, circoli, luoghi di ritrovo, biblioteche circolanti, sale di lettura e di lezioni, oltre a vendite e distribuzioni di libri, e senza lesinare sui mezzi finanziari all'uopo occorrenti - la divulgazione, la volgarizzazione dei vari rami del sapere scientifico, s che un'atmosfera di cultura solida e positiva si diffonda e venga costituendo quella base intellettuale che  condizione indispensabile per la comprensione sufficientemente lucida ed esatta dei molteplici problemi la cui conoscenza  garanzia d'un razionale accoglimento delle concezioni anarchiche;
favorire l'elevazione morale degli individui, e - tenuto calcolo che le generazioni oggi adulte, date le condizioni d'ignoranza e d'arretratezza in cui sono cresciute, non offrono pi terreno gran che favorevole al compimento d'una opera di trasformazione mentale sensibile, mentre l'elemento giovane, dall'anima pi malleabile, e meno soggetto ancora alle influenze del dominante ambiente, viene ad essere pi proclive alle impressioni, qualunque esse siano - occuparsi in particolar guisa e con assiduit intensa di tutti quegli esperimenti d'educazione libera, spregiudicata, anarchica oggimai noti col termine generico di Scuola Moderna, s che il posto occupato in precedenza dalla propaganda delle astrazioni teoriche da noi sempre considerata fattrice massima, se non unica, di trasformazione sociale, venga ad essere assegnato a quest'opera di preparazione mentale delle generazioni sorgenti, che noi dobbiamo sottrarre quanto  pi possibile agl'insegnamenti ufficiali della scienza borghese e alle influenze d'ogni maniera d'un ambiente che il mondo dei privilegiati ha tutto l'interesse di mantenere immutato nei secoli.


 Azione.
Questo lavoro di educazione, destinato a coltivare anarchicamente l'intelletto e la coscienza degli uomini fin dai loro primi anni di vita per riescire a sottrarre le generazioni venienti alle influenze ambientali che sono strumento di conservazione sociale, e oprar cos il necessario distacco dell'umanit futura da quella che appartiene purtroppo irrimediabilmente al passato; quell'altro di propaganda col quale si deve diffondere, alimentare e render simpatico nelle masse lavoratrici il contenuto generico delle idee anarchiche, sintesi della tendenza del progredimento umano, devono trovare riflesso e rincalzo nell'azione pratica che tutti - non fosse che per le particolari esigenze immediate della vita materiale - sono forzati e spinti a svolgere quotidianamente.
Ognuno ha un bell'essere tutto assorbito dalle contemplazioni avveniristiche del futuro paradiso terrestre; ha un bel sentirsi interamente preso dalle finalit ideali ed ha un bel pretendere di combattere esclusivamente per esse senza curarsi di quel ch'egli chiama le meschine lotte pei miglioramenti immediati, nelle quali non s'ha da sprecare energie perch fanno perder di vista le mte ultime a cui soltanto si deve mirare; ha un bel negare, in una parola, a s ed alla massa il bisogno di strappar tutt'i giorni un po' pi di pane al capitalismo avaro e taccagno!... le necessit urgenti della vita materiale non cessan per questo dall'incalzare anche lui, e dall'accrescersi di giorno in giorno anche per lui, sotto la pressione inesorabile del progresso che le moltiplica, le intensifica, le impone a noi tutti, senza che un solo di noi si possa ad esse sottrarre con l'adattarsi ad una volontaria precariet d'esistenza materiale indispensabile per sostenere la causa rivoluzionaria, col rassegnarsi a vivere malamente, in attesa che il benessere venga poi portato - tutto e tutto in blocco - dalla rivoluzione sociale.
Questa opera di rinunzia pu essere - se mai - prerogativa di minoranze, non gi stato abituale d'una intiera collettivit.
Tal criterio poteva anche valere quando si era convinti che la rivoluzione fosse alle porte coi sassi. Allora, stornare il proletariato dall'opera d'intensificazione dello spirito di rivolta che doveva essere bene in pressione per esplodere formidabile da un anno all'altro; stornarlo per fargli perdere slancio ed energie in una questioncella di salari o simili, sarebbe stato delitto. Ma ora...
Ora, la vecchia illusione della catastrofe imminente ha dovuto melanconicamente tramontare, e la doccia fredda dell'esperienza ci ha richiamati - a traverso ad avvenimenti e a constatazioni innumerevoli - ad una pi esatta comprensione e valutazione dei fatti della vita sociale, facendoci ben capire che una rivoluzione veramente trasformatrice non  quella cosa tanto semplice che ci era balenata alla fantasia, e che ci vuol ben altro di quattro conferenze per prepararla nelle menti e provocarla nei fatti. Ci ha quindi portati a riconoscere (adesso che il Nazareno non c' pi a sfamar le turbe dei seguaci con tre pesci e dieci pani...) la necessit impellente per tutti di migliorar di continuo le proprie condizioni, anche economiche, d'esistenza, e tutta l'importanza che questo fatto viene ad avere nello svolgersi del movimento sociale, ove se ne sappia trarre vantaggio per smuovere ed agitare le masse, per ridurlo a fattore massimo di propulsione rivoluzionaria.
Questa necessit di materiale miglioramento, sentita da ogni singolo individuo, vien necessariamente a costituire quel fenomeno collettivo che  l'organizzazione economica dei lavoratori, e - in senso pi largo - a generare quel complesso d'avvenimenti comunemente chiamato movimento sociale. Disinteressarsi dell'organizzazione economica considerandola episodio artificiale, insignificante del movimento, unicamente perch non raccoglie nel proprio seno che una minoranza esigua di lavoratori,  grave errore. Alla medesima stregua dovremmo disinteressarci d'ogni cosa nel mondo sociale: anche della rivoluzione, perch ad essa parteciperanno - come preparatrici e come esecutrici - soltanto delle minoranze! E noi anarchici, che cosa siamo e saremo sempre, se non una minoranza esigua, come militanti? Quello che conta,  l'influenza che una minoranza riesce ad esercitare attorno a s; e sotto quest'aspetto, le organizzazioni valgono precisamente come nuclei poderosi e combattivi, sparsi in mezzo alla massa, la quale gravita loro attorno, li segue e rinforza nelle circostanze eccezionali, per tornare a staccarsene in seguito, ma sentendone sempre l'influenza, ora pi ora meno, secondo i momenti, e secondo anche gl'indirizzi, le direttive, gli atteggiamenti ch'esse prendono e mantengono, in relazione allo stato d'animo e di mente d'essa massa, stato che spetta appunto all'educazione e alla propaganda di preparare e alimentare.
Certo (e qui sono perfettamente d'accordo coi facili critici, ma soltanto per quello che riguarda la critica al funzionamento e non all'essenza) la organizzazione economica dei lavoratori in tutte le sue manifestazioni molteplici di resistenza e di cooperazione, ha bisogno di ben altri atteggiamenti e indirizzi e di ben altri elementi alla testa che non siano gli attuali, affinch il suo valore di trasformazione sociale abbia ad essere reale e convergente ai fini della concezione anarchica, e non mezzo - come oggi purtroppo succede - pel conseguimento di mire ambiziose ed interessate dei capeggianti!
Ma combatterla accanitamente nella sua essenza, come fanno una gran parte degli anarchici, per gli errori, i difetti, le incertezze, i travisamenti che d'altronde sono insiti ad ogni organismo che funzioni,  cosa per lo meno inconcepibile da gente che possegga la facolt di ragionare con retto buon senso. Cagione appunto di buona parte delle insufficienze e dei traviamenti delle organizzazioni proletarie,  l'assenteismo cocciuto a cui si sono votati gli anarchici, i quali, urtati nelle loro impazienze e delusi nelle lor pretese di veder tutto diventare perfetto l dove un anarchico fa la sua apparizione, non hanno tardato a disgustarsi anche del movimento delle organizzazioni perch non faceva la rivoluzione sui due piedi, ed a lasciarlo completamente in altrui bala; assenteismo da pigri e da inetti, che hanno poi dovuto mascherare da atteggiamento cosciente, ostile alle organizzazioni perch... antirivoluzionarie ed antianarchiche essendoch in anarchia non funzioner nessuna organizzazione, e la rivoluzione non ha da essere organizzata!
Invece, partecipare al movimento delle organizzazioni, non  n anarchico, n antianarchico.  una necessit relativa alle condizioni attuali di vita, perch ognuno che voglia strappare al capitalismo qualche cosa di pi di quello che esso gli assegna, ora che il tempo degli unici, forti perch soli, non  ancora spuntato, deve cercare l'unione con gli aventi gli stessi interessi e le medesime mire, perch solo nella solidarizzazione degli sforzi individuali degli appartenenti alla classe lavoratrice sta il mezzo di vincere le resistenze coalizzate degl'interessi opposti.  poi anarchico o antianarchico l'atteggiamento che si prender in esse organizzazioni. Ad esso atteggiamento, dunque, bisogna badare per combattere errori, deviazioni, traviamenti in cui chi agisce  soggetto a cadere. Ma non combattere l'organizzazione in s stessa, col pretesto specioso ch'essa  contraria all'anarchia! Anzitutto, non a noi  dato sapere come funzioner la societ anarchica: gli Io, gli unici, ora sono allo stato di nebulosa supposizione; se dall'umanit d'oggi, grazie all'incessante evoluzione delle specie, verr a sprigionarsi una superumanit di individui pi perfezionati di noi (e anche fisiologicamente io ritengo ci incontestabile, essendo l'umanit attuale coi suoi soli cinque imperfettissimi sensi, nient'altro che un anello - e niente affatto l'ultimo - nella catena delle specie organiche) senza che l'intera umanit segua tale evoluzione - s da rimanere una specie animale arretrata - ci  cosa che riguarder i viventi fra milioni d'anni o di secoli, quando si sar perduto, non solo la polvere, ma financo il pi remoto ricordo di Nietzche, Stirner e suoi volgarizzatori - oh, molto volgarizzatori!... - E non riguarderebbe, se mai, gli esseri rimasti uomini, perch questi dovranno anche allora comportarsi da uomini, dal momento che i superuomini costituiranno una specie a parte. E sarebbe ridicolo, oggi, che le scimie volessero fare gli uomini!...
Quello che ci deve dunque ora interessare dappresso,  l'azione secondo le forme compatibili con le condizioni di vita dell'oggi. Gli organismi sociali di domani, sono gi fin d'ora in gestazione: organizzazioni economiche di miglioramento e di resistenza - leghe, sindacati, cooperative ecc., - non sono altro (quantunque ancora informi e troppo simili nel funzionamento agli organismi gi esistenti) che gli embrioni, i nucleoli dell'organizzazione politica ed economica futura che si vien maturando negli eventi della vita, cos come a suo tempo si avranno gli embrioni degli organismi destinati all'istruzione e educazione future (istituzioni scolastiche a programmi sempre pi determinati in senso anarchico, cosa che d'altronde balena di gi in certi attuali istituti e programmi) essendo che la immancabile trasformazione della vita sociale vuole appunto cos: che cio ogni forma di civilt superiore alla esistente, dall'esistente venga gi covata - per opera di minoranze - in quelle forme embrionali che sorgono qua e l, indecise, indeterminate e poco diverse, dapprima, dagli organismi e istituzioni in cui si alimenta la conservazione delle vigenti forme di societ, e su cui incominciano a plasmarsi non sentendosi ancora d'urtare contro la pressione delle leggi, consuetudini e convenzionalismi dominanti, ma accentuando in seguito sempre maggiormente la tendenza a sfuggire alle imposizioni ambientali, alle coercizioni legali, alle forme di funzionamento in vigore, acquistando un'intonazione propria, una propria fisionomia, rinforzandosi a traverso le immancabili persecuzioni grandi e piccole che non tardano - per ovvie ragioni di conservazione - a turbarne la funzione, a ostacolarne lo sviluppo, a cercar di asservirle ai fini conservatori, di fiaccarne lo spirito ribelle e novatore, se non di addirittura distruggerle...
Sono questi organismi, queste istituzioni che elaborano le forme future di organizzazione sociale che domani saranno rispondenti alle sopravvenute nuove esigenze d'una superior vita civile. Noi li consideriamo semplici organismi e istituzioni di propaganda d'idee per attribuire poi alle idee la virt delle trasformazioni che si verificheranno; ma essi sono invece veri e proprii embrioni di trasformazione sociale; e le idee che noi investiamo erroneamente d'una potenza creatrice, non sono altro che l'estrinsecazione, la teorizzazione di ci che determina e assicura la maturazione dell'avvenire: i fatti. E fino a quando codesti embrioni di trasformazione sociale non riescono a vivere, a prosperare, a determinare attorno a s il necessario movimento preparatorio - movimento di maturazione, di trasformazione - le forme vigenti di societ, non possono cambiare.
L'organizzazione sociale futura sboccier dunque da quello che si sar venuto preparando a traverso a questo funzionamento embrionale gestato dalle stesse forme antiche che s'inabisseranno sotto la spinta rivoluzionaria che si produrr non per l'efficacia d'una predicazione d'idee astratte, ma perch - similmente all'essere che compiuto il periodo di gestazione spezza il guscio o lacera la placenta per uscirne, con un vero atto rivoluzionario, e prendere il proprio posto nella vita - le nuove forme di civilt maturate nel ciclo preparatorio, pi non tollerando le costrizioni d'un ambiente che troppi interessi retrogradi ma ancor vitali vogliono ostinarsi a conservare, vengono spinte all'atto violento che le deve liberare dalle ultime resistenze, svincolare dai lacci e sbarazzar dagli ostacoli d'una civilt decrepita che sprofonda perch non pi rispondente ai generalizzati nuovi bisogni che in altre e superiori forme di civilt debbono cercare appagamento.
Compito dei novatori, delle minoranze rivoluzionarie dev'essere precisamente quello di affrettare - con la loro propaganda, ma pi ancora con la loro azione illuminata, equilibrata e consapevole - il compimento del ciclo storico indispensabile per la maturazione delle nuove forme di vita civile, ispirate alla tendenza perfezionatrice che noi interpretiamo qualificandola col termine generico di anarchia.
Voler quindi considerare le organizzazioni economiche, oggi bene o male funzionanti, come il prodotto artificioso di gente che ci vuol mangiar sopra,  semplicismo spinto fino al grottesco. Sicuro, ce n' sempre della gente che si butta dovunque sorge la possibilit di piantare il dente, di farsi la nicchia: ma questa  una conseguenza, non una causa.  una conseguenza che ingrandir domani, che diventer piaga, cancrena, che preparer un parassitismo nuovo per la societ nuova, facendo deviare il corso degli eventi nella palude stagnante degl'interessi particolari orpellati di amore alla causa, di desiderio d'oprare per contribuire al lavoro di trasformazione sociale, se noi, disgustati dal delinearsi del pericolo, in luogo d'ovviarlo partecipando a tutto il movimento d'organizzazioni e cooperative, e movimenti analoghi, per incanalarlo nelle buone e sane direttive in cui la tendenza anarchica viene affermata, ci ritireremo sdegnosi e sdegnati, lasciando libero il campo agli avversari (i quali non cercherebbero altro...) e attendendo un perfezionato e perfetto divenire delle nuove forme sociali dal miracolo delle conferenze e degli articoli di giornale, nonch da qualche innocuo tumulto di popolo.
Oggi che ai fatti si viene riconoscendo sempre maggiormente l'importanza ch'essi meritano, mentre in passato si era tutti pi propensi a considerarli soggetti all'influenza delle idee - sino a credere che fossero queste a crearli - il movimento proletario che  uno dei fenomeni pi interessanti dell'epoca presente in cui si vien delineando intensa la lotta fra le classi pel possesso dei mezzi di produzione, viene ad essere il principale natural terreno d'azione di tutti i partiti: di quelli conservatori, che non intendendo rinunziare al loro dominio politico ed economico, mirano a tenere le masse legate a s, ora blandendole ed ora osteggiandole nei loro organismi di miglioramento e di resistenza, per impedire ad esse d'evolversi, e sfuggir quindi alla loro tutela, al loro sfruttamento; di quelli novatori pi o meno, ma i quali tutti, comprendendo che la massa lavoratrice, piena di bisogni che  smaniosa di soddisfare (o lo diventer, quando glie se ne sia fatto balenare il miraggio)  strumento mirabile per - occupandosi delle di lei sorti - prepararsi il terreno del prossimo trionfo, cercano di attrarla ognuno nella propria orbita, per compenetrarla del proprio programma, arma di battaglia per arrivare all'agognato dominio, il che equivale a dire arrivo al dominio dei proprii capi.
Il fatto  che tutti codesti partiti i quali mirano alla conquista del potere di domani, posseggono la visione chiara dell'importanza del movimento proletario, e sanno a meraviglia che tutto codesto reticolato di organizzazioni d'ogni genere - Camere del Lavoro, Federazioni, Leghe, Sindacati, Cooperative s di produzione che di consumo ecc., - sono le forme embrionali della societ nuova, dove il proletariato matura le sue capacit per funzioni produttive, amministrative e dirigenti del prossimo avvenire; che occorre quindi impadronirsene, per guidarle e dominarle in guisa da averle con s e per s nel giorno in cui esse - nel crollar delle istituzioni attuali - s'avranno da trasformare in centri nervosi del nuovo organismo sociale.
Ecco perch gli anarchici, abbandonate le fisime d'un divenire empirico, che d'altronde non potr mai "divenire" da s, per sola virt del baleno d'una idea sublime, realizzante a traverso i quaresimali pi o meno eloquenti la societ futura; resa pi terra terra e fatta di positivismo la loro opera di propaganda, pi determinata, concreta e intensa quella di educazione, debbono entrare risolutamente nell'agone delle competizioni economiche dell'ora volgente, a prendere parte a tutte le lotte delle classi lavoratrici per alimentarle con la propria attivit, dar loro impulsi vigorosi, indirizzi audaci, direttive che siano in relazione con la tendenza da essi preconizzata, ed anche per tentar di sottrarle alle influenze di uomini e partiti ad ambizioni proprie, a mire utilitarie di dominazione e di egemonia.
Una risoluzione che ci porti finalmente a concentrare le nostre attivit su questo terreno di azione tattica, deve per essere energica e recisa; essa deve farci rinunziare a tutte quelle prevenzioni e preconcetti che fino ad ora hanno ispirato molti di noi, inducendoci a rimanere sdegnosamente rinchiusi nella torre d'avorio d'una immobilit che noi giustificammo come l'unico mezzo per non contaminar con impuri contatti la candidezza immacolata del nostro ideale; deve fare spogliare la nostra azione di quel rigorismo formalistico da noi vantato sempre come manifestazione d'intransigenza e di fermezza... Inoltre, per lavorare con successo nella direttiva tracciata, dovremo abbandonar la illusione che col movimento delle organizzazioni economiche si rimedii ad ogni male e si pervenga a breve scadenza all'anarchia; che ad ogni cozzo o conflitto con la classe capitalista s'abbiano a scatenare dei moti violenti o la rivoluzione sociale...
No; nulla esiste, al mondo, che sia capace di operare miracoli; nulla, neppure, che sia o possa diventare perfetto. Anche le organizzazioni proletarie posseggono e manterranno i loro difetti e i loro mali; sbaglieranno, tentenneranno, subiranno oscillazioni e deviazioni; e non avranno da alimentare nel loro seno idealit definite, concezioni teoriche futuriste a cui dar vita.
Fenomeno relativo alle condizioni di vita presente, esse costituiscono un mezzo d'azione tattica che sta a noi di saper adoperare, sia per le lotte pratiche immediate, sia per spargere e coltivare i germi dei futuri organismi sociali che ci dovranno venire avvicinando a forme pi elevate, oggi a mala pena concepibili, e non certo ancor definibili. Io non so neppure se codesto fenomeno sar durevole nella storia contemporanea; n credo che sia indispensabile saperlo. Esiste; valendosene con criterio, pu essere vantaggioso ai nostri fini. Bisogna dunque, col dovuto criterio, servirsene, e senza sperarne di quei miracoli che preparando le delusioni ci dannano alla scettica immobilit.
Ben vengano, domani, mezzi migliori e pi acconci d'azione, forme superiori d'organismi di lotta; non noi dovremo respingere ci che sar pi consono alle esigenze modificate, ai tempi rinnovati. Ma fino a quando io vedr che tutti gli anarchici - non uno escluso - i quali volgono ringhiosamente le terga al movimento delle organizzazioni proletarie, non ad una forma migliore e superiore d'azione si dnno, ma alla vaniloquenza d'iperboliche dipinture psichiche e sociali degli uomini e delle forme di vita avvenire, senza nulla fare, nulla tentare, nulla neppure proporre che non sia l'attesa neghittosa, fatalista dell'inerte, sfinito, infrollito e sbandato branco di rtori da strapazzo che non tardano a ridursi, odiando tutto e tutti attorno a s, con l'odio burlesco dell'impotente anche a far del male, altro non sapr certamente additare come mezzo d'azione pratica consentita dalle condizioni dell'epoca in cui viviamo.
E d'inventare non mi sento capace...
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Riassumendo, dunque, in breve sintesi quanto ho creduto di sostenere in materia d'azione pratica a noi imposta dalle esigenze del momento, osserver che esso momento  ora particolarmente per le competizioni economiche, e non - come sarebbe desiderabile - per un interessamento fervido a questioni ideali che tengano intensamente occupato - magari fino allo spasimo - lo spirito e l'intelletto. Siamo ancora ben lungi da ci!...
La specie umana, presa nel suo complesso e giudicata paragonandola a quello che pu diventare, sta a mala pena uscendo dall'animalit bruta. I suoi bisogni pi sentiti - volenti o nolenti noi che ci ammiriamo tanto... - sono ancor sempre quelli bassamente materiali, anche perch non li ha mai potuti soddisfare; e ci durer ancora un pezzo, pel fatto che non li ha neppure ancor conosciuti tutti. Lo stimolo dei bisogni intellettuali, morali, mentali li sentir pi tardi. Oggi sono prerogativa di pochissimi; e anche questi pochissimi, li sentono appena in embrione. Come possiamo dunque pretendere che problemi pi elevati dominino fin d'adesso il problema economico? La vita, con tutti i suoi casi,  quello che ; non quello che vorrebbero le poche menti elette. Queste non possono quindi pretendere che la massa cammini del loro passo; ma debbono aver la lucidit di spirito sufficiente per comprendere che bisogna avvalersi delle sue condizioni reali, approfittare delle sue presenti necessit sentite, per scuoterla, spingerla, guidarla verso le vette eccelse che anch'essa vedr disegnarsi domani all'orizzonte lontano dell'avvenire umano; che bisogna, infine, ad ogni fase, ad ogni epoca della vita sociale, senza smarrir la visione di quello che all'orizzonte noi scorgiamo di gi, sapersi regolare in conseguenza.
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Il segreto di un'azione pratica efficace sta qui.
Dopo quanto ho detto, non mi sembra neppur pi indispensabile indugiarmi nell'aggruppare in commi ordinati il programma di lavoro che noi dovremmo svolgere nel campo dell'azione. Il movimento economico del proletariato  cos vasto, vario, complesso;  anche cos fluttuante nelle molteplici sue manifestazioni; va siffattamente soggetto a tutto un incessante mutar di situazioni che ne modificano ad ogni momento gli aspetti e gli atteggiamenti, ne spostano le basi, ne disorientano le direttive, da non consentire un tracciato fisso a chi del suo svolgimento vuol essere partecipe. Il criterio generico informatore a questo proposito dev'essere partecipazione attiva a tutte le sue manifestazioni, oggi per lo pi imperniate nell'organizzazione economica di resistenza e di miglioramento, alla quale dobbiamo dare senz'altro il nostro ausilio.
Ma questo nostro ausilio, se vuol essere fecondo di risultati pratici, ha da andar scevro dalle esagerate illusioni come dagli entusiasmi fanatici; da tante pregiudiziali barocche come da certe ritrose formalistiche, sentimentali o dottrinarie; da riserve che tradiscono l'incertezza e renderebbero monca, esitante, contraddittoria la nostra azione. In codesto movimento, o si entra o non si entra. Se si entra, vanno affrontate tutte le conseguenze che deriveranno dalla nostra risoluzione.
Solo un atteggiamento deciso, diritto, conseguente a s stesso ci metter nella possibilit di compiere opera proficua; d'imprimere cio le direttive nostre al movimento che ci ha partecipi, di coltivar questo movimento con cura assidua, di svecchiarlo, di strapparlo alla minaccia accentratrice della tendenza corporativistica, di sbarazzarlo dei mestieranti, degli arrivisti, dei greppioni di qualsiasi tendenza - anche se "lavoratori autentici" che non sempre sono i meno peggiori e i men pericolosi capeggianti - di liberarlo dai tentacoli del politicantismo che vorrebbe soffocare in esso ogni parvenza d'azione deliberatamente anticapitalistica onde ridurlo alla semplice funzione burocratica per l'elevazione dei salari e il collocamento dei lavoratori, e renderlo vassallo dei partiti e dei gruppi politici parlamentari, vivaio d'elettori, evoluti e coscienti sol perch persuasi a votare, non pi pei candidati del prete o del padrone, ma per quelli che sotto i rossi paludamenti mirano ad essere i padroni domani.
Vedasi dunque che, volendo, ce n' dell'azione a favore dell'anarchismo, da svolgere in seno alle organizzazioni economiche dei lavoratori!
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Questa, nel suo complesso - e anche molto superficialmente abbozzata - l'opera che dovremmo iniziare dal punto di vista pratico; non pi in qualit di solitari, sospetti agli stessi compagni, paralizzati nella propria azione, appunto perch lasciati soli alle prese con gli avversari resi formidabili da tutta un'oculata e ferrea trama d'intesa e di lavoro concorde abilissimamente indirizzato per vie diverse al medesimo scopo; non pi... Ma concordi anche noi, compatti, alacri, diritti, votati al sacrificio di tutti i giorni, pronti a tutti gli urti, a tutte le schermaglie, a tutte le battaglie contro quanti si contendono l'organizzazione per farsene strumento di parte.
Facciamone strumento anche noi; ma non di parte. Facciamone strumento d'elevazione pratica, morale e ideale del proletariato, pel proletariato stesso che, se avr da essere arbitro dei suoi destini di domani, deve esserlo non per s come classe fattasi privilegiata, ma per quanti ai godimenti della vita vorranno partecipare nella loro operosa e feconda qualit di partecipi altres all'opera grandiosa di produzione della ricchezza diventata patrimonio comune.
E dove occorre, per le esigenze di un'azione concorde da svolgere, fissare a volta a volta le norme necessarie ai nostri atteggiamenti, tracciare insieme le direttive a seconda del variar delle circostanze e del prodursi degli avvenimenti, vengano pure in campo le discussioni e i dibattiti polemici tra noi, che sono altamente indicati all'uopo, per chi non si cristallizza nel pensiero e nell'azione; e vengano altres i deliberati dei nostri aggruppamenti di militanti, nelle decisioni collettive da prendere, ed anche di quei convegni e congressi che un formalismo dottrinario e una stravagante interpretazione delle relazioni che gi fin da ora noi dichiariamo che saranno intercorrenti fra gli uomini che vivranno in anarchia, hanno sempre condannati come contrari alla pratica della vita anarchica, come incoerenza indegna di uomini coscienti, da cui bisogna fuggire inorriditi.
Noi, le cosidette incoerenze tendenti a stabilire fra gli elementi nostri le intese necessarie ad un'azione concorde, le dobbiamo commettere spesso.
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Ora non so, se l'elemento anarchico attuale sia suscettibile di operar su di s un rivolgimento come quello che son venuto additando. Quello che so,  che tanti, tanti di noi da anni si tengono appartati, precisamente perch in essi vi sarebbe il desiderio di trovarsi a battagliare sopra un terreno che consentisse l'affermazione pratica della nostra corrente; perch havvi in essi la sensazione che oggi battiam via sbagliata, l'intuizione di quello che si dovrebbe, ma che a cagione di ritrosie formali e d'irragionevoli prevenzioni non s' ancor potuto fare.
Ci che manca a costoro,  il coraggio di pronunziarsi con tutta franchezza, d'inalberare pei primi la bandiera della revisione che potrebbe anche tramutarsi in segnacolo di secessione. Ma le opinioni da me esposte, corrono, fra gli anarchici, nelle loro confabulazioni confidenziali...
Io ho scagliato la prima pietra nel padule popolato di ranocchi. Sar essa l'unica? Dovr continuare da me, sia pure amplificando la questione, dibattendola in studi successivi e pi diffusi, e magari anche in una pubblicazione periodica destinata particolarmente alla trattazione dei molteplici problemi qui soltanto sinteticamente accennati e sfiorati, privo dell'ausilio d'altri elementi non solo capaci, ma anch'essi audaci e sinceri?
Tant'; modestamente, serenamente, ho voluto esporre intero il pensier mio. Venga esso afferrato, compreso, discusso; venga accolto o rigettato, io l'ho esposto, io lo sosterr a spada tratta. N derisioni n scomuniche varranno a farmelo mutare; esso muter, forse, col tempo, quando nuovi elementi di studio e di vita sperimentale saranno intervenuti a compiere le immancabili modificazioni e selezioni, a recare correzioni e aggiunte a quelle che sono le presenti mie convinzioni. Ma fino a quando vedr le cose cos, come le son venute delineando, sar mia preoccupazione di regolarmi in conseguenza, nello svolgimento dell'opera mia; se solo, pazienza, incurante per sempre delle malignazioni con cui tentassero di assalirmi coloro che si presumono in testa a tutti, senz'addarsi che sono essi invece i retrivi.
Va, libro sgorgato dalla mente mia nei silenzi cogitativi del carcere; va. Spandi l'eco dei pensieri che contieni, fra il torpor degli ambienti ch'io vorrei pulsanti di vita vigorosa. Suscita pur l'onda delle dispute, feconde o vane, il clamor delle diatribe ringhianti, il furor delle sconfessioni ch'io di pi fermo attendo; esse saranno il suggello delle verit che sostieni. Tu mulinavi da anni ne la mente mia, accompagnavi le mie riflessioni nella registrazione diuturna delle deviazioni colpevoli del movimento al quale ho consacrato con gioia e senza un attimo di pentimento, mai, gli anni belli, tutti - e tanta libert sospirata!... - e le soddisfazioni care della mia giovent, che se ne va ora sfiorendo, col tempo assassino, priva della carezza morbida di un desiderio appagato, con la disillusione d'un trionfo mancato, che noi tutti compromettemmo, che potremo ancor per coltivare, pei figli; pei figli degli uomini d'oggi, pei figli che - noi volendo - saranno pi buoni, pi forti, pi "uomini" di noi.
Va. Non t' viatico un nome autorevole, non t' passaporto noma che s'imponga, s da renderti bene accetto al sol presentarti. La via te la devi aprire da te.
Non una delle affermazioni in te contenute non fu vagliata; non un solo dei rilievi sgorgati dalle pagine tue non venne valutato da una prudente meditazione; non un mnito  avventato, non una riga havvi in te che abbia scaturito in un istante cupo di malumore pessimistico.
Tu sei l'espressione genuina di quello che penso, di quello che mi vien da tempo suggerendo l'esame spassionato dei fenomeni sociali su cui mi sforzo di fissar l'attenzione vigile e spregiudicata del mio spirito di militante che non vuol giurare alla cieca nel nome d'un maestro, d'una divinit, d'una fede.
Lascia che contro di te s'accaniscano le ire bisbetiche di chi da te si sentir maltrattato; che inferocisca la gentuccia capace solo d'odiare - e per ragioni d'odio - insultare. Sfida i furori degli animi gretti, delle menti piccine, dei dogmatici ringhiosi, degl'ignoranti travestiti da sapientoni... Chi sostien ci ch'ei considera vero, non deve aver paura di nessuno.
Di nessuno.  solo chi sa di farsi difensor d'un errore, che paventa gli strali della critica, le pugnalate dei detrattori.
Tu che emani da un'anima affannata nella ricerca del vero, la critica devi invocare. Dei detrattori non ti curare.
Se questi proveranno contro di te lo strumento insidioso di cui vanno armati, passa oltre, sereno e sdegnoso, per adoprare la forza, la potenza degli argomenti che affili, onde ti sia reso possibile di rintuzzar gli attacchi leali di chi vorr la feconda discussion delle idee.
Questo appunto io voglio. Assertore di opinioni che non pretendo difese dall'usbergo di una infallibilit non esistente in nulla e per nessuno, di gran cuore scender nell'agone di quelle polemiche, vivaci fin che volete, ma sincere, che il libro mio avesse la ventura di suscitare. E se dal cozzo degli argomenti, se di fronte agli assalti d'avversari capaci di sgominare gli argomenti miei, dovessi io persuadermi d'esser scivolato negli abissi dell'errore assoluto, non dubiti nessuno!... sapr rinfoderar tosto l'arma brandita, inchinarmi alla realt ed alla verit che nello spirito mio dovessero balenare, e facendo ammenda onorevole degli errori qui sostenuti, plasmare il mio pensiero e gli atteggiamenti miei sul modello delle intervenienti persuasioni, perch non smania di posa mi mosse, ma desiderio intenso d'oprare in guisa che le mie attivit incanalate in una direttiva logica e precisa possano recare il valido lor contributo all'acceleramento di quel moto novatore che l'opera dei sinceri e dei buoni deve rotar nei tempi loro, s da render rapida ed intensa l'evoluzione delle cose appartenenti alla vita sociale - e consapevole delle mte ulteriori assegnate agli umani destini.
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FINE.